Unire un mondo frammentato. La rinascita di NOVAPANGEA e la sfida di una internazionalizzazione rinnovata tra Ucraina, Iran e post-pandemia.

La pandemia e i conflitti bellici come cambiamento.
John M. Barry scrisse nel 2004 un interessante libro “the Great Influenza”, dedicato all’Influenza Spagnola. Barry racconta la vita in quel periodo, indicando quali errori si possano commettere, nel gestire una pandemia, e mettendo in evidenza l’importanza che ha una vera leadership in uno Stato, per poter prendere le opportune decisioni a salvaguardia del proprio popolo. L’autore, poi, si concentra sulle conseguenze politiche della pandemia, che secondo lui avrebbero posto alcune basi per lo scoppio, negli anni successivi, della Seconda Guerra Mondiale. Riportando alcune testimonianze dell’epoca, Barry scrive: “In realtà avevamo quasi paura di respirare … Avevi paura persino di uscire … La paura era così grande che le persone avevano davvero paura di uscire di casa … paura di parlare ad un altro.” E ancora: “Teneva le persone separate … Non avevi vita scolastica, non avevi vita in chiesa, non avevi nulla … Ha distrutto completamente tutta la vita familiare e comunitaria”. Leggendo le testimonianze e vedendo le disposizioni adottate dai Governi dell’epoca, ci sembra di osservare ciò che abbiamo vissuto qualche anno fa, con la pandemia di COVID-19. Eppure, allora si continuò a vivere e poi la normalità tornò. Se si pensa al secolo scorso si assiste ad una grande ripresa nel 1920, non appena l’epidemia divenne meno aggressiva.
Scrivo questo, perché dalla storia occorre imparare. Ogni crisi porta in sé il germe del cambiamento. La cosa più saggia è interpretare questo momento come un’opportunità per correggere quanto era troppo fragile e obsoleto.
Devo, però, sottolineare come, ai nostri giorni, la situazione pandemica abbia certamente impattato su un mondo differente, completamente globalizzato e dotato di mezzi di comunicazione tecnologicamente avanzati. Se è vero che ci troviamo a vivere separati, ciascuno nel proprio Paese, è altrettanto vero che continuiamo a tessere relazioni ed occuparci di scambi commerciali, forse oggi più difficoltosi, per la situazione internazionale creatasi con i conflitti, ma sempre possibili. Proprio questa nuova opportunità ci consente di continuare a costruire e realizzare progetti tra Paesi. Partendo dalla considerazione che una pandemia viene così qualificata proprio perché riguarda tutti i Paesi, occorre però notare come diversa sia stata la reazione dei singoli Stati, o meglio dei diversi continenti, a seconda delle proprie caratteristiche e come si sia acuito il divario tra un Occidente, dove prevale l’individualismo, e un Oriente dove prevale il bene comune; da un lato il ricorso alla medicina come strumento fondamentale di salvaguardia e dall’altra la lotta preventiva al contagio, con misure severe, imposte ed accettate da tutti.
Sicuramente la globalizzazione aveva dei punti di fragilità e l’arrivo di un virus non particolarmente letale, ma sconosciuto e molto contagioso, è stato sufficiente per alterare gli equilibri, rendendo visibili tutte le nostre debolezze. Basti notare come ogni Paese, pur seguendo le linee guida principali, poi si sia adattato in modo differente alla situazione della pandemia. Come sempre, ciascuno reagisce utilizzando le proprie risorse e cercando di correggere quanto possibile. Diverse anche le reazioni a livello commerciale. Così alcuni Paesi, dove possono, riportano in Patria parte delle produzioni che erano state delocalizzate in Asia, perché hanno imparato quanto sia pericoloso, e in determinati casi improduttivo, delegare ad altri la propria produzione. Nello stesso tempo alcuni imprenditori hanno avuto un profitto dalla localizzazione della produzione, salvando le vendite in Paesi che hanno chiuso i confini, rendendo anche difficile l’importazione di prodotti stranieri. Così è avvenuto per alcune società che avevano localizzato la produzione in Russia, prima della guerra in Ucraina, e ora colpita dalle sanzioni e con gravi difficoltà di relazioni commerciali esterne. Tutto ciò, come già dissi, a favore di una corretta internazionalizzazione a cui segua una localizzazione produttiva e a discapito della scelta erronea di delocalizzazioni, prevalentemente finanziarie, poco ragionate. Proprio da questa osservazione, come dalla mia esperienza, ho compreso quanto sia ancora più importante oggi vincere l’individualità e unirsi per raggiungere un obiettivo; quanto sia importante adattarsi, saper mutare il proprio approccio e la propria vision in ragione della situazione che si trova innanzi.

A ciò si aggiungano gli odierni conflitti mondiali.
Il concetto di internazionalizzazione delle imprese, per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni, è ufficialmente entrato in una nuova era. Se la globalizzazione classica spingeva verso l’abbattimento delle frontiere e la ricerca del minor costo di produzione ovunque nel mondo, lo scenario geopolitico contemporaneo impone alle aziende una drastica inversione di rotta. I conflitti in corso — la guerra in Ucraina e l’inasprimento delle tensioni in Iran e nel Golfo Persico — non sono più crisi regionali isolate, ma i due perni di una frammentazione globale che sta ridisegnando le mappe del commercio, dell’energia e delle catene di fornitura. Uno degli aspetti più evidenti di questa interconnessione è l’avvicinamento diplomatico e militare tra Russia e Iran. Non si tratta solo di alleanze politiche, ma di una vera e propria cooperazione industriale e tecnologica che aggira le sanzioni occidentali. L’uso massiccio di droni di fabbricazione iraniana (come gli Shahed) nel conflitto ucraino, e la successiva condivisione di know-how russo, dimostrano come la catena di approvvigionamento della difesa si sia internazionalizzata molto in fretta e più facilmente di quella commerciale.
Per le imprese che hanno fatto dell’internazionalizzazione il proprio modello di business, la sicurezza delle rotte commerciali è tutto. I due fronti di guerra colpiscono simultaneamente i vasi sanguigni dell’economia mondiale. La guerra in Europa orientale continua a gravare sul mercato dei cereali, dei fertilizzanti e di metalli industriali chiave (come il neon per i semiconduttori o il titanio). Le aziende europee hanno dovuto “accorciare” le catene di fornitura, pagando prezzi più alti per garantirsi la continuità operativa. Le tensioni nello Stretto di Hormuz e le minacce alle rotte del Medio Oriente mettono a rischio il transito del petrolio e del commercio marittimo globale. Il rischio di pedaggi illegali o di blocchi navali costringe i cargo a circumnavigare l’Africa, con un aumento esponenziale dei costi di nolo e dei tempi di consegna.

Di fronte a questa instabilità bilaterale, le multinazionali stanno abbandonando la logica del puro risparmio (offshoring) a favore di strategie di mitigazione del rischio geopolitico. Hanno optato per una strategia che consiste nel limitare il commercio e l’approvvigionamento di materie prime a Paesi che condividono gli stessi valori politici e strategici, al fine di evitare ricatti economici. Le aziende italiane ed europee stanno riposizionando i propri investimenti diretti esteri. Invece di guardare a mercati ad alto rischio o ambiguamente allineati, si assiste a una forte riscoperta del Reshoring (rientro in patria) o del Nearshoring (investimenti in Paesi limitrofi e stabili, come l’Europa dell’Est non in conflitto o i Paesi del Nord Africa più moderati). Internazionalizzare oggi non significa più semplicemente “trovare nuovi mercati di sbocco”, ma saper navigare in un mare geopolitico in tempesta. I conflitti in Ucraina e in Iran sono la prova che la politica ha ripreso il primato sull’economia. Le aziende che sopravviveranno e prospereranno in questo nuovo scenario sono quelle capaci di ridondanza (avere sempre un fornitore di riserva), flessibilità logistica e, soprattutto, di una profonda comprensione degli equilibri geopolitici.
In poche parole, occorre essere preparati. Occorre adeguarsi, accettare il cambiamento, ma non improvvisarsi. Ma ripartire….
Così ha ripreso la sua attività l’Associazione NOVAPANGEA, fermata dalla pandemia, poi dalle gravi situazioni belliche internazionali, ma ora tornata per riprendere il suo camino e il suo ruolo di “finestra sul Mondo”.

Una internazionalizzazione rinnovata.
L’Associazione NOVAPANGEA si propone di proseguire l’importante compito di sviluppare un costante rapporto tra i Paesi, offrendo una visione innovativa e più performante dell’internazionalizzazione e donando maggiore concretezza agli scambi commerciali. Mettendo a frutto quanto già avevamo costruito, così da diventare un punto di riferimento di fiducia in Europa per gli investitori che cerchino un immobile, da comprare o costruire, ma anche prodotti di qualità e attività commerciali o produttive per creare partnership. Con il nostro network possiamo garantire la presenza di operatori specializzati in più settori e in più Paesi stranieri e pertanto un’assistenza professionale e personalizzata.
Detto ciò, possiamo immaginare che la globalizzazione non potrà arrestarsi. Sicuramente abbiamo avuto una battuta d’arresto negli scambi, nel 2020, ma proprio il periodo in cui ciò è avvenuto in modo più importante, ha messo in evidenza la difficoltà per l’economia di svilupparsi senza un fitto scambio di merci tra i Paesi. Nel momento in cui gli altri Paesi faticavano per la pandemia, nel 2021, la Cina, risolto il problema sanitario, invadeva il Mondo con i propri prodotti. Ora dobbiamo affrontare le conseguenze dei conflitti bellici. In un panorama internazionale di questo tipo, però, anche gli imprenditori italiani delle PMI si trovano costretti a concentrare i loro sforzi per aumentare il loro approccio sui mercati stranieri, adeguando la mentalità, il prodotto, il marketing e la promozione onde mantenere la loro competitività. In molti casi, non accedere ai mercati internazionali ha significato chiudere la propria attività o non riuscire più a reggere la concorrenza e dover vendere in tutto o in parte le quote della propria società. Nonostante i grandi sforzi degli ultimi anni, l’Italia è ancora un Paese che non fa sistema e spesso gli imprenditori che accedono ai mercati stranieri, vi giungono da soli, con le proprie forze, non sufficientemente supportati dalle istituzioni e spesso abbagliati da chi promette facili percorsi, tacendo le vere difficoltà.

Le associazioni, come la nostra, possono fungere da punto di riferimento in questa fase, adeguando le loro offerte al mutato modo di intendere l’internazionalizzazione, soprattutto aiutando gli imprenditori ad accedere a risorse finanziarie e ad una adeguata formazione. Fornendo un vero e concreto supporto. L’esperienza di anni mi ha sempre più convinta dell’inutilità di offerte uniche per imprenditori diversi, di missioni senza scopo o incontri B2B non accompagnati da una fitta comunicazione mirata. Non si può fare business all’estero senza conoscere le dinamiche del mercato di riferimento o non tenendo conto della domanda locale. Occorre prepararsi prima, conoscere cultura e tradizioni del paese di riferimento. Se è vero, poi, che i prodotti italiani sono conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo, la loro diffusione è ancora meno estesa di quanto si possa immaginare ed il “Made in Italy”, pur avendo mantenuto un certo livello di riconoscibilità, non è più garanzia unica di esportazione. Al di fuori del Mondo Occidentale, gli acquirenti spesso non sono in grado di valutarne la differenza rispetto a prodotti di altri Paesi, ma sicuramente sono portati a privilegiare il prezzo piuttosto della qualità. Dico questo, perché incontro un sempre maggiore numero di imprenditori diffidenti nei confronti di questa materia. Tutti vogliono andare all’estero, ma spesso affrontano l’impresa in modo superficiale o impreparati o non sanno dove dirigere la propria attenzione, ma soprattutto pretendono di farlo da soli. Per questo motivo, noi riteniamo sia importante proporre progetti a gruppi di imprese in filiera, in modo tale che, sotto una direzione e protezione comune, possano salvaguardare la loro unicità. Gli imprenditori di oggi faticano a trovare progetti adeguati, finanziamenti, giuste relazioni con i Paesi di riferimento, necessitano di formazione e di personale formato.
In questo la nostra Associazione può essere un valido supporto.
Articolo di Alessandra Campia







































