EURASIA. Sfide, alleanze e rotte commerciali del mercato del futuro

Giugno 29, 2026

L’Associazione NOVAPANGEA fu tra le prime associazioni a parlare di Eurasia e una delle poche ad essere presente, ogni anno, al “Forum Euroasiatico”, organizzato dall’Associazione Conoscere Eurasia del Prof. Antonio Fallico, a Verona. Negli anni fornimmo agli imprenditori italiani informazioni e interessanti relazioni con l’Asia Centrale ed ospitammo ai nostri eventi alcuni rappresentanti del Kazakistan.

Spesso si parla di Eurasia, come causa dei conflitti e degli attriti nei rapporti tra Europa e Russia e della diffidenza verso la Cina.

Il geografo, fondatore della geopolitica moderna, Halford Mackinder, già all’inizio del ‘900, diceva: “Chi controlla l’Eurasia, controlla il mondo. Chi governa l’Est Europa comanda l’Heartland; chi governa l’Heartland comanda l’Isola-Mondo; chi governa l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Questa formula, quasi profetica nella sua geometrica spietatezza, racchiude il fulcro del suo pensiero.

Agli inizi del XX secolo, mentre l’Impero Britannico dominava i mari, Mackinder sollevò lo sguardo dalle rotte oceaniche e lo volse verso l’immensa massa continentale eurasiatica.

Nel 1904, davanti alla Royal Geographical Society di Londra, Mackinder presentò un saggio destinato a fare storia: “The Geographical Pivot of History” (Il perno geografico della storia). In questo testo, il geografo divise il globo in tre grandi macro-aree:

  • L’Isola-Mondo (World-Island): L’unione di Europa, Asia e Africa. È la massa continentale più grande, popolata e ricca di risorse del pianeta.
  • Le Isole Periferiche (Outer Islands): Le Americhe, l’Australia, il Regno Unito e il Giappone, strutturalmente distaccate dal nucleo centrale.
  • Il Pivot o Heartland (Il Cuore della Terra): Una vasta area situata nel centro dell’Eurasia, che si estende dal Volga alla Siberia e dall’Artico all’Asia Centrale.

La caratteristica fondamentale dell’Heartland, secondo Mackinder, era la sua inaccessibilità al potere marittimo. Essendo protetto a nord dai ghiacci artici e circondato da deserti e catene montuose a sud, nessuna flotta navale (all’epoca il pilastro dell’egemonia britannica) avrebbe mai potuto penetrarvi o cingerlo d’assedio. Mackinder raffinò la sua teoria nel 1919, nel libro Democratic Ideals and Reality, introducendo il concetto di Crescent e ponendo l’accento sull’Europa orientale come “porta d’accesso” all’Heartland. A più di un secolo di distanza, l’Eurasia rimane l’epicentro della geopolitica globale, e le intuizioni di Mackinder risuonano con sorprendente attualità.

La Nuova Via della Seta, l’enorme progetto infrastrutturale della Cina è, di fatto, un tentativo di unificare l’Isola-Mondo tramite ferrovie, autostrade e porti energetici, riducendo la dipendenza dalle rotte marittime controllate dalla marina statunitense. ll progressivo avvicinamento strategico ed economico tra Russia e Cina materializza lo scenario di un blocco continentale eurasiatico compatto e ostile alle potenze dell’Occidente oceanico.Il conflitto nell’Est Europa, in Ucraina, dimostra come la “porta d’accesso” all’Heartland descritta da Mackinder sia ancora oggi il punto più caldo e instabile del pianeta.

Ma cos’è Eurasia oggi?

Geograficamente, l’Eurasia è un’unica massa continentale che si estende da Lisbona a Vladivostok, ospitando circa il 70% della popolazione mondiale e oltre il 60% del PIL globale. Tuttavia, politicamente non è mai stata un blocco unico. Oggi assistiamo a un tentativo senza precedenti di “ricucire” questo spazio immenso attraverso infrastrutture, accordi commerciali e nuove alleanze per riunire, soprattutto, l’Europa e l’Asia. Si pensi alla Nuova Via della Seta. Ma siamo ancora lontani dal poter considerare una vera Eurasia. Vedremo come Russia, Cina ed altri Paesi abbiano già siglato accordi al fine di creare una zona eurasiatica forte e coesa, ma anche come, ad oggi, queste Unioni fatichino a trovare una unità.

Dopo la nascita del CSI, tra la Russia e i Paesi ex-sovietici, sono nate altre Unioni, tutte al momento messe in crisi dall’isolamento diplomatico della Russia e dalle relative sanzioni.

In particolare:

1.L’Unione Economica Eurasiatica (UEE). Nata con l’ambizione di creare un mercato unico sul modello europeo nel cuore del continente eurasiatico, l’Unione Economica Eurasiatica (UEE) rappresenta uno dei progetti di integrazione regionale più rilevanti e discussi del XXI secolo. Guidata principalmente dalla Federazione Russa, questa Unione punta a coordinare le politiche economiche, commerciali e industriali di cinque Paesi chiave posizionati strategicamente tra l’Europa e la Cina. L’idea di un’integrazione eurasiatica, che affonda le radici negli anni ’90, ha così trovato concretezza solo il 1° gennaio 2015, data della sua nascita ufficiale, dopo la firma del Trattato di Astana del 2014. Attualmente, i membri effettivi dell’UEE sono cinque: Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia A questi si aggiungono alcuni Paesi con lo status di osservatori (come Cuba e Uzbekistan) e una fitta rete di accordi di libero scambio con nazioni esterne (tra cui Iran, Vietnam e Serbia).

L’UEE si basa sulle “quattro libertà” fondamentali, ricalcando la struttura del mercato unico dell’Unione Europea. L’obiettivo è garantire la libera circolazione di:

  • Merci: Abbattimento delle barriere doganali interne e adozione di una Tariffa Doganale Comune (TDC) verso l’esterno.
  • Servizi: Armonizzazione dei mercati finanziari, assicurativi e dei trasporti.
  • Capitali: Agevolazione degli investimenti transfrontalieri tra i Paesi membri.
  • Forza lavoro: I cittadini dei Paesi membri possono lavorare in qualsiasi altro Stato dell’Unione senza necessità di permessi di lavoro speciali, beneficiando della parità di trattamento fiscale e previdenziale.

Il processo decisionale fa capo al Consiglio Supremo Economico Eurasiatico (composto dai capi di Stato) e alla Commissione Economica Eurasiatica, progettata per bilanciare, almeno formalmente, il peso dei singoli Stati attraverso il voto all’unanimità sulle questioni chiave. L’Unione non va sottovalutata in termini di risorse globali. Copre un territorio immenso (oltre 20 milioni di chilometri quadrati) e un mercato di circa 185 milioni di consumatori. Ma il suo vero punto di forza risiede nel comparto energetico e industriale. I Paesi membri detengono alcune delle più grandi riserve mondiali di petrolio e gas naturale e l’unione è uno dei principali esportatori globali di grano e fertilizzanti. Inoltre, essa funge da ponte naturale per la Nuova Via della Seta cinese, collegando i mercati dell’Asia orientale con l’Europa occidentale. Nonostante gli ambiziosi obiettivi, l’UEE affronta da sempre criticità strutturali e tensioni geopolitiche. Da un lato il peso della Russia rispetto agli altri Paesi, ma, soprattutto, il problema delle sanzioni che hanno colpito due dei componenti. Da un lato, le sanzioni hanno accelerato la necessità di abbandonare il dollaro e fare un uso massiccio del rublo e delle valute locali negli scambi interni; dall’altro, hanno spinto Paesi come il Kazakistan a muoversi su un sottile filo diplomatico, cercando di mantenere l’integrazione con Mosca, senza violare le sanzioni secondarie dell’Occidente. Sebbene fino ad oggi l’Unione abbia tenuto, il suo futuro dipenderà in gran parte dalla sua capacità di consolidare l’asse economico con l’Asia (Cina e India in testa) e di trasformarsi in un polo autonomo e competitivo all’interno della Regione euroasiatica.

  1. L’ Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), è passata dall’essere un forum di sicurezza regionale a uno dei blocchi transregionali più influenti del pianeta. Spesso descritta in Occidente come una sorta di “NATO dell’Est”, la SCO rappresenta oggi una forza geopolitica ed economica imprescindibile, che unisce superpotenze nucleari, giganti demografici e mercati in rapidissima crescita.

Si tratta di un organismo intergovernativo fondato il 14 giugno 2001 dai capi di Stato di sei Paesi: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan.

Membri effettivi: Cina, India, Russia, Pakistan, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Bielorussia. Oltre a Paesi del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Europa orientale, nel ruolo di osservatori e Partner di dialogo. Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto detengono lo status di “Partner di dialogo”, dimostrando la crescente forza attrattiva della SCO anche in Medio Oriente. L’organizzazione non è un’alleanza militare formale come la NATO. Infatti, non esiste una clausola di mutua difesa sul modello dell’Articolo 5, ma agisce su tre direttrici fondamentali

  1. Lotta ai “Tre Mali” (Sicurezza)

Il nucleo originario della SCO è il contrasto a tre minacce specifiche: terrorismo, separatismo ed estremismo. Questo pilastro è coordinato dalla RATS (Regional Anti-Terrorist Structure), con sede a Tashkent. Attraverso la RATS, i paesi membri condividono intelligence, conducono esercitazioni militari congiunte e coordinano la sicurezza delle frontiere, con un occhio costantemente rivolto alla stabilità dell’Afghanistan e dell’Asia Centrale.

  1. Cooperazione Economica e Infrastrutture

L’Asia Centrale è il cuore pulsante della Nuova Via della Seta cinese. La SCO funge da piattaforma per integrare questa massiccia iniziativa infrastrutturale con l’Unione Economica Eurasiatica a guida russa. Si parla sempre più frequentemente di:

  • Creazione di corridoi di trasporto internazionali (come il corridoio Nord-Sud).
  • Utilizzo delle valute locali negli scambi commerciali per ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense (de-dollarizzazione).
  • Progetti energetici condivisi (gasdotti e oleodotti che collegano la Russia e l’Asia centrale ai mercati cinese e indiano).
  1. Un Nuovo Equilibrio Geopolitico

La SCO è, per eccellenza, il forum del “mondo multipolare”. Cina e Russia utilizzano questa piattaforma per proporre un modello di governance globale alternativo a quello a guida occidentale (G7, NATO), basato sul principio della non-interferenza negli affari interni degli Stati e sul rispetto della sovranità.

Questa Organizzazione deve però affrontare problemi interni, che ad oggi la rendono, di fatto, un Gigante dai piedi d’argilla. Il problema principale della SCO risiede nel paradosso della sua crescita. Più l’organizzazione si allarga, più diventa difficile trovare una sintesi politica. Da un lato la rivalità Sino-Indiana. Nuova Delhi e Pechino rimangono divise da storiche dispute di confine e da una competizione strategica globale. L’India guarda con forte diffidenza alla Nuova Via della Seta cinese, specialmente per i progetti infrastrutturali che attraversano il Pakistan. Inoltre, l’ammissione simultanea di India e Pakistan ha portato le storiche tensioni bilaterali tra le due potenze nucleari all’interno del forum, rischiando spesso di monopolizzare o bloccare il dialogo. Con un modello decisionale rigidamente basato sul consenso, la presenza di attori con agende geopolitiche antitetiche trasforma spesso la SCO in un “salotto diplomatico” piuttosto che in un’alleanza decisionale incisiva. Esiste, poi, una netta spaccatura d’intenti sulla natura profonda della SCO, in particolare tra i suoi membri fondatori e i nuovi arrivati. Per Russia e Cina, la SCO rappresenta la piattaforma ideale per sfidare l’egemonia globale statunitense e occidentale, promuovendo standard finanziari alternativi, de-dollarizzazione e un sistema di sicurezza eurasiatico impermeabile alle influenze esterne. Paesi come l’India, ma anche i membri centroasiatici (Kazakistan e Uzbekistan), non desiderano affatto una contrapposizione frontale con l’Occidente. Il Kazakistan, fedele alla sua dottrina diplomatica multi-vettore, e l’India, membro attivo del Quad con USA, Giappone e Australia, vedono la SCO esclusivamente come uno strumento di cooperazione economica, connettività e antiterrorismo, rifiutando logiche di scontro. Nonostante questi problemi, l’importanza attuale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai risiede nella sua capacità di offrire un’alternativa strutturata al modello di governance occidentale (G7, NATO, Banca Mondiale). Non si tratta necessariamente di un’alleanza militare aggressiva, quanto piuttosto di una coalizione d’interessi determinata a riscrivere le regole del gioco geopolitico ed economico globale. Mentre l’Occidente si interroga sulla propria identità e sulle sfide interne, la SCO avanza, aggregando un pezzo alla volta il “resto del mondo”. Ignorare la portata di questo colosso eurasiatico non è più un’opzione per le diplomazie europee e americane, perchè il futuro della geopolitica passa inevitabilmente da Shanghai.

3.Inizialmente il gruppo dei BRICS univa le cinque grandi economie emergenti del pianeta: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (aggiuntosi nel 2010). Tuttavia, la vera svolta storica è arrivata con il vertice di Johannesburg e i successivi sviluppi, che hanno dato il via a un processo di espansione senza precedenti (spesso definito BRICS+). Il blocco ha accolto nuovi membri chiave, tra cui Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti. Questa espansione non ha solo aggiunto Paesi, ma ha inserito nel gruppo attori strategici per il controllo delle rotte commerciali e delle risorse energetiche mondiali, determinando un sorpasso del gruppo dei G7. I BRICS si propongono come la voce del “Global South” (il Sud del Mondo), intercettando il malcontento di molti Paesi in via di sviluppo che si sentono marginalizzati dalle potenze occidentali. Pertanto, promuovono la de-dollarizzazione e un cambiamento della Governance mondiale. Il dollaro statunitense è la valuta di riserva globale, il che conferisce a Washington un enorme potere sanzionatorio (come visto con la Russia). I BRICS stanno promuovendo attivamente l’uso delle valute locali per gli scambi bilaterali (ad esempio, pagare il petrolio in yuan o rupie) e studiano la fattibilità di una moneta comune o di sistemi di pagamento digitali alternativi allo SWIFT. Inoltre, i BRICS contestano il sistema nato nel secondo dopoguerra (noto come ordine di Bretton Woods), ritenendo che istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale siano sbilanciate a favore dell’Occidente. Per contrastare questo monopolio, i BRICS hanno fondato la Nuova Banca di Sviluppo (NDB), che fissa prestiti per infrastrutture senza le rigide condizionalità politiche tipiche dell’Occidente.

 

EUROPA E ASIA CENTRALE

L’Europa potrebbe essere parte di Eurasia, perché vi appartiene geograficamente, e la completerebbe, ma la guerra in Ucraina e la dichiarata partnership “senza limiti” tra Mosca e Pechino hanno definitivamente infranto questa visione. L’Europa non si interfaccia più con uno spazio eurasiatico aperto, ma con un blocco geopolitico in via di consolidamento, spesso esplicitamente anti-occidentale. La frattura con la Russia ha spostato l’asse geopolitico europeo verso ovest (asse atlantico) e verso nord-est, militarizzando i confini e interrompendo i flussi energetici storici.

Se c’è una regione in cui il ruolo dell’Europa è fondamentale e richiesto, questa è l’Asia Centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan). Storicamente sotto l’influenza russa e sempre più attratte dall’orbita economica cinese, queste repubbliche stanno cercando disperatamente di diversificare le loro relazioni estere per non diventare vassalli di Pechino o Mosca. Ad oggi l’Europa è il secondo partner commerciale dell’Asia Centrale ed il principale investitore estero. Il 4 aprile 2025 si è tenuto a Samarcanda, in Uzbekistan, il primo vertice ufficiale tra l’Unione Europea e i cinque paesi dell’Asia centrale – Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, finalizzato ad “aprire rotte commerciali e flussi di investimento”. L’incontro ha posto le basi per una partnership strategica rafforzata, in un momento cruciale per l’equilibrio geopolitico globale.

Così si è espresso Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo:

Sono passati 30 anni da quando abbiamo stabilito relazioni diplomatiche tra l’Unione Europea e i cinque paesi dell’Asia centrale, ed è tempo di riconoscere il profondo significato dei legami che ci uniscono. Negli ultimi anni, con l’adozione della strategia dell’Unione europea per l’Asia centrale (2019), della roadmap congiunta per approfondire i legami tra l’UE e l’Asia centrale (2023) e lo slancio della strategia EU Global Gateway, abbiamo rafforzato il nostro impegno con la vostra regione. Credo tuttavia che la nostra relazione non abbia ancora raggiunto il suo pieno potenziale. La nostra partnership è un viaggio, non una destinazione. Questo summit segna l’inizio di una nuova dimensione nelle nostre relazioni, e non sarà un evento isolato.”

In sintesi, il Summit di Samarcanda ha tracciato la rotta per una partnership macroregionale che va ben oltre i canali diplomatici tradizionali. Le sfide cruciali del nostro tempo — dalla sicurezza energetica alla transizione ecologica, fino alla digitalizzazione — trovano nell’asse tra Bruxelles e i cinque Paesi dell’Asia Centrale un terreno di cooperazione fertile e reciprocamente vantaggioso. Per l’Unione Europea, garantirsi l’accesso alle materie prime dell’Asia Centrale è un tassello fondamentale per la propria autonomia strategica; per l’Asia Centrale, il know-how e gli investimenti europei sono la chiave per modernizzare l’economia locale senza cadere in logiche di dipendenza esclusiva. Il cammino avviato a Samarcanda è ambizioso e appena iniziato, tanto che quello si Samarcanda è stato intitolato “Summit Investing in the Future”.

 

 

I CINQUE PAESI DELL’ASIA CENTRALE

 

 

                                                                                     

 

 Il KAZAKISTAN si conferma come la principale locomotiva economica dell’Asia Centrale. Dalla sua indipendenza nel 1991, il Paese ha vissuto una metamorfosi straordinaria, trasformandosi in un’economia a reddito medio-alto e attirando oltre 350 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri. Storicamente, la forza geopolitica ed economica del Kazakistan risiede nel sottosuolo. Il Paese è il sesto al mondo per risorse minerarie e detiene i giganteschi giacimenti idrocarburi di Tengiz, Kashagan e Karachaganak.  Oltre il 90% delle esportazioni kazake è composto da materie prime (petrolio, gas, uranio di cui è il primo produttore mondiale, carbone e oro). Inoltre, per l’Europa, il Kazakistan è diventato un partner strategico fondamentale nelle politiche di derisking energetico, offrendo un’alternativa cruciale per l’approvvigionamento di petrolio e materie. Per evitare la cosiddetta “trappola del reddito medio”, il governo di Astana ha avviato riforme strutturali per spingere i settori non estrattivi. I dati macroeconomici del 2026 mostrano i primi importanti segnali di successo di questa strategia, con un PIL in crescita costante. La vera sorpresa arriva dal comparto manifatturiero, trainato da riforme interne e investimenti mirati. L’Ingegneria Meccanica registra balzi record grazie alla produzione interna di veicoli, macchinari agricoli e attrezzature ferroviarie. Comparti come il farmaceutico, la produzione di mobili, i materiali da costruzione e l’industria chimica viaggiano su tassi di crescita a doppia cifra, mentre Edilizia e Trasporti restano tra i motori trainanti dell’economia nazionale.

 

Il Kazakistan non è solo un serbatoio di risorse, ma un vero e proprio hub logistico continentale. Al centro delle strategie di sviluppo c’è il Corridoio di Mezzo (Middle Corridor), una rotta commerciale multimodale che collega la Cina e l’Europa attraversando il Mar Caspio, l’Azerbaigian e la Georgia, aggirando le sanzioni e le rotte settentrionali russe. Questo corridoio riduce drasticamente i tempi di spedizione delle merci tra Oriente e Occidente, posizionando Astana come l’anello di congiunzione insostituibile del commercio euroasiatico e risolve il problema sorto dopo l’inizio della guerra in Ucraina.

In passato NOVAPANGEA stabilì importanti rapporti con questo Paese, i cui rappresentanti furono ospiti ai nostri convegni. Fornimmo anche importanti relazioni agli imprenditori italiani. Il mercato kazako, infatti, apprezza profondamente il Made in Italy, che detiene quote di mercato altissime nei segmenti dell’abbigliamento, delle calzature e della gioielleria nei centri urbani di Almaty e Astana.

Nonostante le solide finanze pubbliche, il cammino del Kazakistan presenta, però, diversi ostacoli. La forte interconnessione commerciale con la Russia costringe il Paese a un delicato equilibrismo diplomatico per evitare sanzioni da parte dei mercati occidentali. Mentre la forte presenza dello Stato nell’economia frena una transizione liberale completa. Il piano di privatizzazioni delle grandi aziende statali procede, ma a ritmi ancora lenti.

 

L’ UZBEKISTAN è il cuore culturale dell’Asia Centrale. Custodisce le leggendarie città-oasi di Samarcanda, Bukhara e Khiva, con le loro cupole turchesi che sembrano uscite da “Le mille e una notte”. L’Uzbekistan è il Paese più popoloso della regione (oltre 36 milioni di abitanti) ed è attualmente una delle economie in più rapida crescita al mondo, con incrementi costanti del PIL superiori al 6%. Sotto la guida del presidente Shavkat Mirziyoyev, il Paese ha avviato dal 2017 una storica transizione verso l’economia di mercato. È stata liberalizzata la valuta, sono state avviate imponenti privatizzazioni di imprese statali e sono stati azzerati i dazi interni con i vicini. Storicamente legato alla monocultura del cotone, l’Uzbekistan possiede la più grande miniera d’oro a cielo aperto del mondo (Muruntau) e ingenti riserve di gas naturale e uranio. Oggi Tashkent punta sulla manifattura tessile, sull’automotive, sulla chimica e sull’apertura alla finanza islamica internazionale, ponendosi come il vero baricentro degli investimenti esteri nell’area.

 

 

 

Il KIRGHIZISTAN. Dominato dalle catene montuose del Tien Shan, il Kirghizistan è la terra dei nomadi, dei cavalli e dei laghi alpini cristallini come l’Issyk-Kul.

A differenza dei vicini di pianura, il Kirghizistan è un Paese montuoso con scarse riserve di idrocarburi, ma è stato il primo della regione a entrare nell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) e vanta un’economia strutturalmente aperta, seppur vulnerabile.

La spina dorsale dell’economia kirghisa è stata per anni la gigantesca miniera d’oro di Kumtor, nazionalizzata di recente dopo lunghe controversie internazionali. L’oro rappresenta la principale voce dell’export nazionale.L’economia interna è fortemente legata alle rimesse dei lavoratori migranti (soprattutto in Russia), che in alcuni anni hanno sfiorato il 30% del PIL nazionale.

Grazie ai confini con la Cina, il Kirghizistan si è specializzato nel “ri-export”: importa merci cinesi a basso costo per redistribuirle nei mercati dell’Unione Economica Eurasiatica. Grandi sforzi, sostenuti anche da partner europei, sono oggi diretti verso il turismo sostenibile e l’agricoltura biologica.

 

 

Il TAGIKISTAN è il paese più montuoso della regione (il Pamir occupa gran parte del territorio), dove la cultura e la lingua sono di matrice persiana anziché turca. Il Tagikistan è storicamente l’anello economicamente più fragile della regione, penalizzato da una complessa geografia montana e dalle conseguenze di una guerra civile negli anni ’90. Privo di combustibili fossili, il Tagikistan possiede un potenziale idroelettrico immenso. Il Paese ha scommesso il proprio futuro sulla diga di Rogun, un progetto ingegneristico colossale sul fiume Vakhsh che, una volta completato, sarà tra i più alti al mondo. L’obiettivo è trasformare il Paese in un esportatore netto di energia pulita verso l’Asia Meridionale (Pakistan e Afghanistan). Oltre alle rimesse dei migranti, le altre fonti di valuta estera sono l’esportazione di alluminio grezzo (lavorato nello stabilimento statale TALCO) e l’estrazione di oro. Rimangono forti criticità legate alla connettività logistica e alla necessità di ammodernare il comparto industriale.

 

Il TURKMENISTAN persegue da decenni un modello economico unico al mondo, caratterizzato da un forte isolamento internazionale, da un controllo statale rigidissimo e da politiche fortemente autarchiche. L’intera economia turkmena ruota attorno agli idrocarburi. Il Paese possiede la quarta riserva di gas naturale al mondo. Il celebre cratere gassoso di Darvaza (la “Porta dell’Inferno”), che brucia dagli anni ’70, ne è il simbolo visivo, ma la vera ricchezza viaggia attraverso i gasdotti diretti verso la Cina, il principale acquirente e, in misura minore, verso la Russia e l’Iran. Lo Stato utilizza i proventi del gas per finanziare parzialmente sussidi (per anni luce, gas e acqua sono stati gratuiti per i cittadini) e monumentali progetti infrastrutturali nella capitale Ashgabat. Tuttavia, la mancanza di trasparenza, il tasso di cambio artificiale della valuta (il manat) e le barriere commerciali frenano lo sviluppo del settore privato e gli investimenti stranieri non legati all’energia.

 Nonostante le differenze strutturali, questi Paesi affrontano oggi i medesimi problemi:

  1. L’Asia Centrale è lo snodo centrale della Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta) cinese, che ha finanziato miliardi di dollari in ferrovie e strade. Parallelamente, sebbene l’influenza storica e militare della Russia resti forte, attori come l’Unione Europea, gli Stati Uniti e la Turchia stanno intensificando i legami commerciali per assicurarsi l’accesso ai minerali rari indispensabili per la transizione green. I Paesi dell’Asia Centrale si trovano, pertanto, ad affrontare seri problemi diplomatici, acuiti dall’isolamento della Russia e alle relative sanzioni.
  2. Il riscaldamento globale sta sciogliendo rapidamente i ghiacciai del Tien Shan e del Pamir. La gestione dell’acqua – che nasce in Kirghizistan e Tagikistan e serve a irrigare i campi di Uzbekistan e Turkmenistan – richiede una cooperazione regionale sempre più stretta per evitare tensioni geopolitiche e garantire la sicurezza alimentare del domani.

In sintesi, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan stanno ridefinendo la propria identità economica attraverso una complessa transizione. Se da un lato il Kazakistan e l’Uzbekistan guidano la regione scommettendo su riforme strutturali, diversificazione e attrazione di capitali esteri, dall’altro Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan mostrano come il cammino verso la piena stabilità sia ancora legato alla dipendenza dalle rimesse, la vulnerabilità climatica e la necessità di superare l’isolamento infrastrutturale. La guerra in Ucraina e il ridisegnamento delle rotte commerciali globali hanno offerto ai Paesi di questa regione un’opportunità senza precedenti per svincolarsi da vecchie dipendenze e attrarre investimenti internazionali e il Summit di Samarcanda ci ha dimostrato concretamente il loro impegno.

 

Articolo di Alessandra Campia

Published On: Giugno 29, 2026Categories: eurasia, internazionalizzazione3806 wordsViews: 77