INTRECCI DI STORIA. Come i capelli hanno raccontato l’Europa e l’Africa attraverso i secoli e perché i capelli europei e africani richiedono trattamenti diversi

Negli anni passati l’Associazione NOVAPANGEA ha collaborato a lungo con associazioni di categoria ed imprenditori del settore cosmetici, in particolare per i prodotti destinati a pelle e capelli.Cominciammo ad occuparcene, perché le missioni organizzate in Africa ed in altri continenti da noi, ma anche da altre associazioni, ci avevano illustrato un mondo differente da quello che ci aspettavamo.A Dakar, come a Bagdad, ad esempio, trovammo grandi centri estetici, super accessoriati, e una cura del corpo molto più accentuata che nei nostri Paesi.Anche il ruolo di chi opera in questi settori è importante per il popolo. In Iraq, ad esempio, il parrucchiere ha un ruolo fondamentale, soprattutto per i matrimoni. Ogni negozio ha una o più sale riservate, dedicate alla sposa e al suo seguito, dove si provvede a tutti i preparativi. Anche l’abito da sposa viene indossato dal parrucchiere.
Inoltre, durante gli incontri con persone che arrivavano da Africa e Iraq, era sorto, più volte, un problema importante. Tutti cercavano i prodotti cosmetici di piccole realtà italiane, di qualità, ed anche macchinari innovativi per il trattamento della pelle, ma poi non potevano comprarli, perché non adatti alle caratteristiche della pelle e dei capelli delle donne di colore o con pelle olivastra. Così creammo un’associazione, a noi collegata, che si occupasse proprio di questo particolare settore, studiammo la storia dei capelli e delle acconciature, le differenze di struttura dei capelli in popoli diversi, creammo informazione presso gli imprenditori del settore ed organizzammo corsi di formazione per le ragazze che arrivavano da quei Paesi.
Di recente abbiamo incontrato Tina Twum, una giovane imprenditrice italo-africana che sta facendo un importante percorso dedicato alla “black skin” (https://tinatwum.com/). Così abbiamo deciso di tornare ad occuparci di questo settore.
Qui, in breve, vi farò parte di ciò che imparammo, mettendo a confronto l’Europa e l’Africa.

CARATTERISTICHE DIFFERENTI
I capelli afro sono una meravigliosa espressione di identità, cultura e stile. La loro struttura unica – caratterizzata da una forma a spirale stretta o a “Z” e da una cuticola più sottile – li rende affascinanti, ma anche intrinsecamente fragili.
Negli anni passati si è cominciato a lavorare sul concetto di “black skin”, ottenendo grandi risultati, ma la cura dei capelli si scontra ancora con un divario tecnico e bio-chimico importante. Moltissimi trattamenti estetici nati in Europa e formulati secondo i canoni della tradizione tricologica occidentale si rivelano inefficaci, o peggio dannosi, quando applicati alla struttura unica del capello afro.
Non si tratta di una questione di preferenze estetiche, ma di una vera e propria incompatibilità biologica. Capire perché questo accada è il primo passo per evitare danni strutturali spesso irreversibili.
Per comprendere il problema, bisogna partire dalla radice. Il capello europeo e il capello afro hanno proprietà anatomiche e comportamenti bio-meccanici completamente differenti.
- La sezione e il follicolo: Il capello europeo ha una sezione tendenzialmente rotonda o ovale e cresce da un follicolo dritto. Il capello afro ha una sezione piatta (ellittica) e nasce da un follicolo ricurvo, quasi a forma di “J”. Questa conformazione fa sì che il capello si avvolga strettamente su se stesso.
- La distribuzione del sebo: A causa della forma a spirale stretta, il sebo naturale prodotto dal cuoio capelluto fatica a viaggiare lungo la fibra. Di conseguenza, mentre il capello europeo distribuisce il sebo facilmente, risultando talvolta grasso, il capello afro è intrinsecamente secco, fragile e poroso.
- I ponti disolfuro: Sono i legami chimici che determinano la forza e la forma del capello. Nel capello afro, questi legami sono distribuiti in modo asimmetrico a causa della torsione continua della fibra, creando punti di stress meccanico dove il capello si spezza con estrema facilità.
La maggior parte dei prodotti e dei protocolli dei saloni europei è progettata per capelli lisci o mossi, con l’obiettivo di ridurre il volume, dare lucentezza e rimuovere il crespo. Applicare questi stessi standard su un capello afro genera un corto circuito. I trattamenti liscianti “all’europea”, compresi quelli a base di cheratina, sigillati ad altissime temperature, sono formulati per distendere la fibra. Se fatti su un capello afro, modificano o rompono i ponti disolfuro. Il risultato immediato può sembrare soddisfacente, ma nel medio termine la fibra perde la sua elasticità naturale, diventando rigida, vitrea e incline a spezzarsi alla minima sollecitazione. Molti shampoo professionali europei utilizzano tensioattivi forti, come il Sodium Lauryl Sulfate, per detergere a fondo. Su un capello afro, già privo di sebo, questi ingredienti “sgrassano” eccessivamente, eliminando quel minimo di barriera protettiva rimasta e lasciando la cuticola esposta. Al contrario, i balsami ricchi di siliconi pesanti non solubili creano una guaina che impedisce all’acqua di penetrare, soffocando lo stelo. I protocolli di asciugatura e piega nei saloni tradizionali prevedono l’uso di spazzole tonde e phon a temperature elevate, o piastre passate ripetutamente. Il capello afro ha un punto di tolleranza al calore molto più basso rispetto a quello europeo; lo stress termico provoca il cosiddetto bubble hair, ovvero bolle d’aria che si formano dentro lo stelo a causa dell’evaporazione improvvisa dell’acqua interna, distruggendo definitivamente la struttura del riccio. L’uso prolungato di un approccio non idoneo porta a problematiche che vanno oltre l’estetica e sfociano nella salute della persona.
La combinazione di stirature chimiche aggressive e acconciature “tese” (come code di cavallo alte o chignon molto stretti), spesso usate per “gestire” il capello indebolito, infiammano i follicoli. Con il tempo, i follicoli si cicatrizzano e smettono di produrre capelli, portando a zone di calvizie permanente, specialmente lungo l’attaccatura frontale. Inoltre, la mancanza di una formazione specifica da parte di molti parrucchieri europei porta a diagnosi errate; la secchezza cronica viene scambiata per mancanza di nutrimento e vengono applicati olii, quando, invece, il capello afro ha un disperato bisogno di idratazione profonda, ovvero acqua e agenti umettanti come la glicerina o l’aloe, prima di essere sigillato con i grassi. Il problema non è il capello africano, ma l’aspettativa che risponde a trattamenti standardizzati su base caucasica. Negli ultimi anni la situazione sta cambiando, grazie alla diffusione della cultura del capello naturale (il movimento Natural Hair) e alla nascita di saloni e linee di prodotti formulati specificamente per le esigenze dei capelli ricci, mossi e afro. Giovani donne africane della diaspora, o afro-italiane come Tina Twum, sono diventate imprenditrici e propongono i giusti prodotti alle loro connazionali.
Pare evidente come la soluzione di questo problema e la produzione di macchinari estetici o prodotti per pelle e capelli dedicati al “black skin” sia un’opportunità enorme per i produttori del settore. Ciò garantirebbe non solo l’esportazione verso l’Africa, e tutti i Paesi, dove la pelle e i capelli delle donne presentano caratteristiche diverse, ma significherebbe anche la diffusione tra le donne della diaspora, che risiedono stabilmente in Europa.
Ritengo che, per comprendere l’oggi, si debba sempre guardare alla storia. La storia dei capelli e delle acconciature in Europa e in Africa rivela come una caratteristica biologica apparentemente semplice possa trasformarsi in un potentissimo linguaggio culturale. Sebbene entrambe le tradizioni abbiano utilizzato la capigliatura come mezzo di espressione identitaria, le traiettorie storiche e i significati profondi si sono mossi su binari profondamente diversi.
In Europa, l’evoluzione delle acconciature ha seguito da vicino l’alternarsi delle epoche storiche, delle mode di corte e delle rivoluzioni industriali, oscillando costantemente tra l’esibizione dello status sociale e la codificazione di genere, spesso influenzata da canoni estetici mutevoli e standardizzati.
In Africa, il legame con la capigliatura ha radici ancora più profonde e ancestrali. Qui, i capelli non sono mai stati una mera questione di vanità o di moda passeggera; i complessi intrecci, le treccine e i decori tradizionali hanno rappresentato per secoli una vera e propria carta d’identità sociale, spirituale e tribale, in grado di comunicare istantaneamente l’età, lo stato civile, la ricchezza e l’appartenenza a una comunità. Inoltre, la successiva politicizzazione del capello afro – dalla dolorosa parentesi coloniale fino ai movimenti di emancipazione del XX secolo e alla cultura contemporanea – ha trasformato la chioma in un simbolo globale di resistenza, orgoglio e riappropriazione culturale.
STORIA DELL’ACCONCIATURA

Se pensate che la cura dei capelli sia una fissa della modernità, siete fuori strada. Fin dall’alba dei tempi, i capelli non sono mai stati solo “materia da tagliare”, ma un vero e proprio linguaggio sociale, politico e religioso. Cambiare pettinatura ha sempre significato comunicare qualcosa.
Per gli egizi, l’igiene e lo status camminavano di pari passo. Nobili e sacerdoti spesso si rasavano completamente il capo per difendersi dal caldo e dai parassiti, indossando poi sontuose parrucche di capelli veri o fibre vegetali, decorate con fili d’oro e bagnate con unguenti profumati.
Nell’Antica Grecia dominava il concetto di armonia. Le donne sfoggiavano capelli lunghi, raccolti in nodi eleganti (come lo chignon lampadion) e arricchiti da nastri e diademi. Per gli uomini, i capelli lunghi erano inizialmente simbolo di forza e nobiltà, per poi diventare più corti in età classica, lasciando la chioma fluente solo ai filosofi e agli Dei.

A Roma, in epoca repubblicana, lo stile era sobrio, ma con l’Impero esplose la moda. Le matrone romane adoravano le acconciature monumentali (le tutulus), fatte di riccioli sovrapposti a impalcatura, spesso realizzate usando capelli tagliati alle schiave germaniche per ottenere l’ambitissimo colore biondo. Con il crollo dell’Impero Romano e l’ascesa del Cristianesimo, le regole cambiarono radicalmente.
EUROPA
Per secoli, nel Medioevo, le donne sposate hanno dovuto nascondere i capelli sotto cuffie, veli e soggoli, che erano fasce di stoffa caratteristica dell’abbigliamento femminile medievale e rinascimentale. Mostrare la chioma era considerato un atto di grave sensualità e impudicizia. La fronte alta era sinonimo di purezza e nobiltà; per questo, molte donne arrivavano a rasare l’attaccatura dei capelli per enfatizzarla.

Con il Rinascimento, in Italia esplose il mito dei capelli biondo-oro (il celebre “biondo veneziano”). Le donne passavano ore al sole indossando la solana, un cappello senza cupola che proteggeva il viso ma esponeva le ciocche bagnate con miscele schiarenti a base di zafferano e limone. Le acconciature erano opere d’arte, intrecciate con perle e fili di seta.
Nel XVIII secolo, sotto l’influenza di Maria Antonietta, le nobili francesi sfoggiavano impalcature alte fino a un metro, sostenute da fili di ferro e imbottiture di lana. Sopra vi si poggiavano piume, gioielli e persino modellini di navi o giardini. Per fissare il tutto si usava la farina di grano, cosa che purtroppo attirava i topi, costringendo le dame a dormire con gabbie protettive sulla testa.
Il ‘700 fu anche il secolo delle parrucche, che videro la loro fine solo dopo la Rivoluzione Francese, quando le acconciature tornarono ad essere semplici, con i capelli, sia maschili che femminili, lasciati liberi e lunghi.

Nella seconda metà dell’Ottocento le donne avevano l’abitudine di pettinare i capelli con la riga in mezzo, e un tocco sulla nuca. Intorno al 1860 lo chignon legato al collo con i ricci. Successivamente diventarono popolari i ricci e le onde e le donne usavano i bigodini durante la notte per mantenere i capelli mossi.
Intorno al 1880 si cominciò a utilizzare lo stile “Pompadour”, che consisteva nell’ aumentare i capelli nel mezzo della testa e far cadere i passanti sui lati. L’alternativa era lo “stile francese”, ovvero i capelli raccolti in cima alla testa e fibbie sul davanti. Lo stile Gibson Girl fu molto popolare intorno al 1890 e durò fino ai primi decenni del XX secolo.
Nel 1872 il francese Marcel Grateau brevettò il suo “ferro arricciacapelli”, che consisteva in una pinzetta a forma di tubo, con una parte concava e una convessa, entrambi riscaldate. Questa invenzione fu un grande evento e contribuì a sviluppare nuovi stili d’acconciature, come quella che porta il suo nome, “L’Ondulazione Marcel”.Occorre attendere il 1908 per la prima macchina della permanente, inventata da Karl Ludwig Nessler, che nello sperimentarla con la moglie, le bruciò per due volte il cuoio capelluto.
I capelli venivano intrisi di idrossido di sodio (soda caustica); le ciocche venivano arrotolate intorno a pesanti cilindri di ottone che pesavano quasi mezzo chilo l’uno; questi bigodini venivano riscaldati elettricamente a circa 100°C e lasciati sospesi sopra la testa della modella tramite un complesso sistema di contrappesi, per evitare che toccassero la pelle e la bruciassero; il processo richiedeva circa 6 ore di totale immobilità. Solo il suo trasferimento in America gli consentì di migliorare la sua invenzione, verso la quale i colleghi europei erano scettici.

Il vero salto di qualità per la sicurezza arrivò però più tardi, precisamente nel 1938, grazie ad Arnold F. Willat che inventò la permanente a freddo, che viene utilizzata ancora oggi.
E’ con il ‘900, dopo la Prima guerra mondiale, che le donne cominciarono ad usare i capelli corti, all’altezza del lobo dell’orecchio. Questa acconciatura venne chiamata BOB HAIRSTYLE ed aveva più varianti: capelli mossi tagliati direttamente intorno alla testa con la frangia o la fronte esposta.Proprio negli anni ‘20 compaiono i primi asciugacapelli portatili, nati dallo sviluppo del primo progetto del parrucchiere francese, Alexandre-Ferdinand Godefroy, nel 1890. Due aziende, la Universal Motor Company e la Hamilton Beach, iniziarono a commercializzare i primi asciugacapelli manuali, scomodi ed insicuri, che diedero origine, decenni dopo, ai caschi e al phon di plastica.

Dopo la Grande Depressione del 1929, l’acconciatura delle donne divenne più naturale, con la tendenza a portare i capelli lunghi ed utilizzare la permanente. La nuova moda era il biondo platino come l’attrice Jean Harlow. Dopo la Seconda guerra mondiale, ci sono significativi cambiamenti sociologici ed appare la filosofia esistenzialista. L’esistenzialismo è espresso nella letteratura e in generale in ogni evento e, naturalmente, questa espressione è trasferita anche alla moda e nei costumi, che sono sempre espressione del pensiero sociale. In Francia, Juliette Greco ed altri artisti propongono un nuovo modo di abbigliamento e acconciatura. Nelle “caves” di Londra, i gruppi musicali “beatniks” sono anche un modo di dissenso: capelli lunghi, frange, favoriti … l’aspetto iniziale dei Beatles negli anni ’60. Le acconciature rappresentano il sentimento dei giovani in totale disaccordo con le generazioni precedenti. Si copiano i divi del cinema: James Dean e Marilyn Monroe ne sono un esempio.
Alla fine degli anni ’60, migliaia di giovani in tutto il mondo protestano contro i valori, la moralità e l’etica ereditata dalle generazioni precedenti. Le acconciature e gli abiti diventano più audaci e compare un nuovo movimento culturale: gli hippies, liberali, pacifisti, contrari alla guerra del Vietnam e alle armi nucleari. “Pace e Amore” era lo slogan della loro filosofia. I loro vestiti e le loro acconciature divennero così popolari che alla fine furono indossati anche da tutti coloro che non condividevano i loro principi. Nel 1967 va in scena la prima opera rock a Broadway: Hair, dove i capelli rappresentano lo strumento principale di protesta e ribellione. Ritroviamo le acconciature hippies, ma anche le prime acconciature afro.

Nel 1968, un inglese “super-modello” propone un’altra acconciatura femminile: Twiggy, con i capelli corti, divisi in un lato e pettinati dietro le orecchie.
Gli anni ’70 riportano la libertà nell’acconciatura, mentre incominciano a diffondersi, soprattutto tra gli uomini, nuove acconciature, che si ispirano ai personaggi della canzone. La musica giamaicana di Bob Marley porta i giovani a replicare la sua acconciatura rasta, mentre negli anni ’80 si diffondono acconciature più inedite nelle versioni punk, skinheads e gothic.
Dagli anni ’90 in poi aprono saloni unisex e viene meno la differenza tra barbiere e pettinatrice, aumenta la cura per il capello e si diffonde l’uso di colori, tagli e una variazione di stili sempre più ampia dove non ci sono più valori uniformi, solo sottili tendenze generali.
AFRICA
In Africa troviamo un’evoluzione decisamente diversa; tecniche millenarie approdate al mondo odierno. In gran parte del Continente Africano, i capelli non sono mai stati considerati solo qualcosa da “sistemare”. Storicamente, l’acconciatura era un vero e proprio sistema di comunicazione sociale. Nell’Africa precoloniale, fino al XV secolo, guardare la testa di un africano significava comprendere subito la sua tribù o l’etnia di appartenenza, il suo status sociale, la sua età e stato civile, la sua religione e ricchezza. I capelli erano considerati la parte più nobile e spirituale del corpo, essendo il punto più alto, ossia quello più vicino al divino. Per questo, prendersene cura era un vero e proprio rituale. Non ci si pettinava da soli; era un momento di socializzazione intima.
In Africa abbiamo acconciature iconiche, sviluppate da ogni popolo con tecniche particolari, immutate, che si usano ancora oggi.

Un esempio incredibile sono le donne Himba della Namibia, che ancora oggi intrecciano i capelli coprendoli con una mistura di ocra rossa, grasso e resina (otjize), che serve a proteggerli dal sole e simboleggia la terra e il sangue, fonti di vita.
In Africa esistono quattro tecniche differenti per l’acconciatura:

- Le Trecce Aderenti (Cornrows / Ghana Braids)
La topologia delle cornrows (letteralmente “file di mais”) si basa su linee parallele o curve che seguono l’anatomia del cranio, intrecciate vicinissimo al cuoio capelluto.
Nate nell’antico Egitto e nella cultura Yoruba, le cornrows indicavano lo status sociale, l’età e la religione. Durante il periodo della schiavitù, queste trecce venivano usate come vere e proprie mappe topografiche segrete per tracciare le vie di fuga dalle piantagioni. Possono essere rettilinee, a spirale o geometriche. Spesso incorporano pattern frattali, dove lo stesso motivo si ripete su scale diverse dal centro della testa verso l’esterno.
- I Nodi Bantu (Bantu Knots)
Caratterizzati da una topologia modulare e tridimensionale, i Nodi Bantu dividono la testa in sezioni geometriche (quadrati, triangoli o rombi) e avvolgono i capelli su se stessi fino a formare dei piccoli coni o nodi rialzati. Originari dei popoli di lingua Bantu dell’Africa centro-meridionale, questi nodi sono un simbolo di fierezza e femminilità. È un’acconciatura protettiva che gioca sui volumi. Una volta sciolti, i Nodi Bantu lasciano il posto a ricci definiti e volumizzanti (il cosiddetto knot-out), mostrando una doppia natura topologica: compressa e geometrica prima, espansa e fluida poi.
- Il Fulani Style (Trecce Nomadi)
Tipiche del popolo Fulani (o Peul), nomadi dell’Africa occidentale, questa topologia unisce elementi aderenti e pattern sospesi. Le donne Fulani decorano tradizionalmente le trecce con perline di ambra, conchiglie di ciprea e fili d’oro o d’argento, simboli di ricchezza e transizione verso l’età adulta. La firma visiva di questa topologia è una treccia centrale che corre dritta lungo la scriminatura della testa, abbinata a trecce laterali che pendono in avanti verso il viso, creando una cornice geometrica unica che altera la percezione dei lineamenti.
- I Locks (Dreadlocks)
A differenza delle trecce, la topologia dei locks non si basa sull’intreccio di tre ciocche distinte, ma sulla coagulazione e l’aggrovigliamento naturale dei capelli texturizzati, che formano corde cilindriche nel tempo. Associati storicamente ai guerrieri Maasai del Kenya, ai sacerdoti copti dell’Etiopia e, successivamente, alla cultura Rastafariana della Giamaica, rappresentano la connessione con le proprie radici, la spiritualità e il rifiuto dei canoni di bellezza eurocentrici. I locks possono essere fini (Micro-locks/Sisterlocks) o spessi e scultorei. Una volta formati, i singoli cilindri possono essere a loro volta intrecciati o raccolti, creando strutture architettoniche complesse.
Con l’inizio della tratta transatlantica degli schiavi, i colonizzatori europei capirono subito il legame profondo tra gli africani e le loro chiome. Per questo, una delle prime cose che facevano, una volta catturati i prigionieri, era rasare loro la testa. Non era solo una questione igienica; era anche un tentativo deliberato di cancellare la loro identità, la loro dignità e la loro storia. Ma la cultura non si cancella così facilmente. Quando i capelli ricominciavano a crescere, le trecce (in particolare le cornrows) si trasformarono in uno straordinario strumento di sopravvivenza. Nelle piantagioni, le donne intrecciavano i capelli dei bambini e dei compagni creando veri e propri sentieri geometrici sulla testa. Quei disegni erano mappe per indicare le vie di fuga verso la libertà. Tra le pieghe strette delle trecce venivano nascosti piccolissimi semi (come quelli del riso) o pepite d’oro. Se fossero riusciti a scappare, avrebbero avuto qualcosa da piantare per sopravvivere.
Dopo l’abolizione della schiavitù e durante il colonialismo, per decenni la società ha spinto le persone nere a stirare i capelli per conformarsi agli standard di bellezza eurocentrici, considerando il capello afro-naturale “disordinato” o “non professionale”.
In conclusione, guardare alla storia dei capelli in Africa significa sfogliare un album di resistenze, linguaggi e geometrie spettacolari. Ciò che un tempo comunicava lo status, l’età o la tribù di appartenenza, oggi si è evoluto in un manifesto globale di orgoglio culturale. Movimenti moderni come il Natural Hair Movement sono il capitolo più recente di una storia millenaria che rivendica la bellezza e la complessità del capello afro. Le trecce, i Nodi Bantu e i locks, che vediamo oggi sulle passerelle e nelle strade di tutto il mondo, portano con sé l’eredità di antenati che hanno usato la creatività come scudo e identità; un filo invisibile che unisce indissolubilmente il passato, il presente e il futuro della diaspora e del continente.
Articolo di Alessandra Campia







































