ORO BLU, WATER GRABBING E CONFLITTI. Se l’acqua diventa oro blu, la depurazione è la nostra unica difesa.

Può sembrare banale dire che l’acqua è un bene prezioso per il benessere, indispensabile per la vita e per la maggior parte delle attività umane, dall’agricoltura all’allevamento, dalla produzione di energia al funzionamento delle miniere. Sebbene, però, la quantità di acqua sul nostro Pianeta sia grandissima, si valuta che solo il 2,5% sia acqua dolce, la gran parte sotto forma di ghiaccio nelle calotte polari. Il restante 97,5% è acqua salata. Occorre riflettere sul fatto che lo scarseggiare delle risorse è sempre causa di conflitti bellici e gli esperti stimano che l’acqua possa portare, in questo secolo, a guerre più pericolose e importanti di quelle scoppiate per il petrolio.

Certo anche in Italia assistiamo a importanti campagne per preservare l’acqua e diminuirne lo spreco, ma ciò che sta accadendo nel mondo per l’accaparramento dell’oro blu ha una portata ben diversa, su cui occorre riflettere.
I fattori che stanno trasformando l’oro blu in una fonte di tensione sono principalmente tre:
- Il Cambiamento Climatico: La desertificazione avanza rapidamente, specialmente nella fascia del Sahel. Eventi meteorologici estremi, come le prolungate siccità nel Corno d’Africa alternate a inondazioni devastanti, distruggono i fragili sistemi di sussistenza locali.
- Esplosione Demografica e Urbanizzazione: Le città africane crescono a ritmi vertiginosi. Entro le prossime decadi, la domanda di acqua urbana raddoppierà, mettendo a dura prova acquedotti spesso fatiscenti o inesistenti.
- Inquinamento: Le attività minerarie illegali e l’assenza di sistemi di depurazione delle acque reflue stanno avvelenando i corsi d’acqua vitali per intere comunità.
Con water grabbing, o accaparramento dell’acqua, ci si riferisce a “situazioni in cui attori potenti sono in grado di prendere il controllo o deviare a proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o intere nazioni, la cui sussistenza si basa proprio su quelle stesse risorse”.
Questo fenomeno si manifesta principalmente attraverso tre modalità. In alcuni casi con la costruzione di mega-dighe o infrastrutture che trattengono l’acqua a monte, lasciando le comunità a valle a secco. In altre si assiste ad un inquinamento sistemico, dovuto ad uno sfruttamento intensivo delle falde acquifere da parte di industrie chimiche, estrattive o dell’agro-business, che rende l’acqua rimasta tossica e inutilizzabile.
Infine, assistiamo a Privatizzazioni, ovvero a trattati commerciali o concessioni statali che trasformano l’acqua da bene comune a merce costosa, escludendo le fasce più povere della popolazione.

Se sin dalla metà del secolo scorso fu percepito il rischio di “guerre per l’acqua”, oggi sono diverse le regioni soggette a forti tensioni per il controllo di risorse idriche strategiche, come i bacini del Giordano, del Tigri-Eufrate, del Nilo, del fiume Senegal e le falde sahariane, senza dimenticare il conflitto indo-pakistano in Punjab per il fiume Indus.
La questione idrica ha influito sugli scenari politici ed economici soprattutto nel bacino del Giordano, dove la scarsità di acqua è aggravata da rivalità geopolitiche ed etniche. Le acque superficiali e quelle sotterranee della regione sono oggi divise tra Israele, Siria, Libano, Giordania e i territori palestinesi (Cisgiordania e striscia di Gaza).
Da tempo assistiamo ai problemi per lo sfruttamento del Tigri e dell’Eufrate tra Turchia, Siria ed Iraq. Se sono tre i Paesi direttamente coinvolti nella gestione delle risorse, il numero delle popolazioni travolte dalle conseguenze di questo conflitto d’interesse è molto più grande. Dalla disponibilità idrica dei due fiumi dipendono innumerevoli comunità territoriali, che vivono di pesca e agricoltura, e che subiscono le conseguenze più dure della crisi dell’acqua.
Secondo un’analisi del 2013, il Tigri e l’Eufrate rappresentano la principale fonte d’acqua dell’Iraq, ma la combinazione di fattori quali il cambiamento climatico, l’aumento della popolazione e la costruzione delle nuove infrastrutture, rischia di prosciugare il bacino entro il 2040. Le nazioni a monte, come la Turchia, trattengono grandi quantità d’acqua con dighe per produrre energia e per l’agricoltura. Di conseguenza, gli stati a valle, in particolare l’Iraq, subiscono una drastica riduzione della portata dei fiumi. Questo provoca siccità, desertificazione e carenza di acqua potabile. Si è avuta una grave crisi nel 2025.La scarsità d’acqua si è già tradotta nel riversamento della popolazione nei grandi centri urbani e nell’abbandono di migliaia di ettari di terreno agricolo.

L’annosa questione, che oppone l’Egitto a Etiopia e Sudan, è originata dalla costruzione della diga “Grand Ethiopian Renaissance” in territorio etiopico, a poca distanza dal confine con il Sudan. Questa diga, inaugurata nel 2025, per l’Etiopia non è solo una barriera di cemento armato; è il simbolo del riscatto economico e dell’autonomia energetica. La Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), situata sul Nilo Azzurro nella regione di Benishangul-Gumuz, è ufficialmente la centrale idroelettrica più grande d’Africa e la settima al mondo.
Costruita dall’italiana Webuild, l’opera rappresenta una svolta epocale per lo sviluppo del continente, ma è anche al centro di uno dei nodi geopolitici più complessi del nostro tempo.Quindi, se per Addis Abeba la diga significa luce e sviluppo, a valle la percezione cambia drasticamente. Il Nilo Azzurro fornisce circa il 62% della massa d’acqua del Nilo vero e proprio, risorsa da cui l’Egitto dipende per il 90% del suo fabbisogno idrico e agricolo. Il Cairo ha storicamente percepito la diga come una “minaccia esistenziale”, temendo che le operazioni di riempimento del bacino potessero ridurre la portata d’acqua a valle, innescando siccità catastrofiche. Il Sudan, dal canto suo, ha mantenuto una posizione più ambivalente: se da un lato teme per la sicurezza strutturale dei propri impianti e per le variazioni improvvise dei flussi, dall’altro beneficia della regolarizzazione delle piene stagionali (che riduce le inondazioni) e della promessa di energia a basso costo.
Noti studiosi come Brahma Chellaney ritengono che già a breve alcune grosse città cominceranno a mostrare i primi segni di stress economico-sociale causati da insufficienza d’acqua non salata ed entro la metà di questo secolo i “rifugiati dell’acqua”, ovvero persone che emigrano dalla loro città d’origine per trovare rifugio in posti dove l’acqua è più abbondante sono stimati in centinaia di milioni.
In India, ad esempio, l’86% dell’acqua viene utilizzata per l’agricoltura. Secondo quanto riportato dall’ Economic Times le falde acquifere di alcune grandi città come Delhi e Mumbai potrebbero seccarsi nel giro di pochi anni. Il grave inquinamento industriale e domestico, l’usura dei vecchi impianti, gli allacciamenti abusivi e il mancato trattamento delle acque sporche rendono impossibile la capillare distribuzione dell’acqua. Si stima che il 70% dell’acqua vada dispersa.

In Cina, moltissimi fiumi e laghi sono contaminati; ciò è dovuto agli alti livelli d’inquinamento.industriale.
Il fiume Giallo (Huang Ho, lungo più di 5000 chilometri), inquinato e imprigionato in enormi dighe costruite allo scopo di produrre elettricità, ha perso la sua forza e il Governo è stato costretto ad una legislazione dedicata.
Cina e Russia hanno dato inizio alla c.d. “gara polare”, che li vede contrapposti ad America e Europa per l’utilizzo delle acque prodottesi dal surriscaldamento globale, che ha sciolto i ghiacci dell’Artico dando vita a un nuovo mare, mentre dove l’acqua è naturalmente più abbondante assistiamo ai casi più spinti di privatizzazione dell’acqua, soprattutto in Sud America.
In Brasile grandi multinazionali cercano di garantirsi l’accesso a fonti e sistemi di gestione idrica, imponendo tariffari in linea con le proprie necessità di profitto e non con i bisogni della gente comune, in particolare le fasce più deboli.

Ma il problema in Sud America non è di oggi. Basti ricordare la celebre la guerra dell’acqua a Cochobamba in Bolivia.Nel 1999 l’impresa municipale che gestiva l’acqua venne privatizzata con un accordo che avrebbe garantito la gestione delle risorse idriche della regione boliviana al consorzio Aguas del Tunari per 40 anni.Nel giro di pochi mesi gli abitanti di Cochabamba videro aumentare le tariffe del 300%, mentre nessun lavoro venne effettuato per migliorare l’approvvigionamento idrico della popolazione.La spesa media dell’acqua arrivò così a toccare circa 12 dollari mensili, su un salario medio di 60 dollari, e costrinse la povera gente a decidere se mandare i figli a scuola o pagare l’acqua. Venne vietata anche la raccolta dell’acqua piovana e vennero privatizzate le fonti naturali gestite dai contadini, che storicamente sono i manutentori dell’acqua delle Ande.All’inizio del 2000 cominciarono le prime manifestazioni popolari, che vennero represse duramente dal Governo, fino a che la Guerra di Cochabamba divenne la guerra di tutto il popolo boliviano, che ottenne l’abrogazione della legge sulle concessioni pubbliche e portò alla fissazione di linee guida per una gestione democratica dell’acqua.Finché considereremo l’acqua come una risorsa lineare – la preleviamo, la usiamo, la scarichiamo inquinata – i “predatori d’acqua” avranno sempre il coltello dalla parte del manico. La soluzione è trasformare la gestione idrica in un modello puramente circolare.

La depurazione delle acque reflue (urbane e industriali) permette di scardinare il monopolio delle fonti naturali. Un’acqua di scarico opportunamente trattata non è un rifiuto da smaltire, ma “nuova” acqua pronta per essere immessa nel sistema.
La depurazione delle acque è la sola soluzione contro l’accaparramento per tre fattori:
- Indipendenza Idrica: Un paese o una regione capace di depurare e riutilizzare il 100% delle proprie acque reflue riduce a zero la dipendenza da fiumi transfrontalieri o da falde condivise con vicini aggressivi.
- Sostenibilità per l’Agricoltura: Il settore agricolo assorbe circa il 70% dell’acqua dolce globale. Utilizzare acque reflue affinate (ricche di nutrienti come azoto e fosforo) per l’irrigazione significa liberare l’acqua potabile per il consumo umano, togliendo valore di mercato alle mire dei “grabbers”.
- Bonifica e Ripristino: Depurare significa anche non inquinare le poche fonti rimaste. Spesso il water grabbing avviene perché le fonti locali vengono inquinate dalle industrie, costringendo le popolazioni a comprare acqua pulita da soggetti privati.
Di conseguenza possiamo dire che l’accesso all’acqua pulita è una delle sfide più grandi del nostro tempo, in tutti i continenti, ma soprattutto in Africa.

La nostra associazione NOVAPANGEA si è impegnata in passato e continua il proprio impegno per sviluppare progetti per la depurazione delle acque, onde consentire uno sviluppo economico etico di più Paesi e per garantire l’accesso all’acqua potabile alle popolazioni.
Un esempio? Si pensi che l’agricoltura rappresenta la spina dorsale economica dell’Africa: impiega oltre il 60% della forza lavoro del continente e contribuisce in modo significativo al PIL di quasi tutte le sue nazioni. Eppure, questo motore immenso si muove su un terreno fragilissimo, perché dipende quasi interamente dalle piogge. Meno del 7% delle terre coltivate in Africa è irrigato artificialmente, lasciando milioni di piccoli agricoltori alla mercé di un clima sempre più instabile.
L’equazione è tanto semplice quanto drammatica: senza sicurezza idrica non può esserci sicurezza alimentare.
Articolo di Alessandra Campia







































