
Rimasi colpita, anni fa dalla lettura dei libri di Maj Sjöwall e Per Wahlöö, i veri padri del romanzo giallo moderno. Per loro, questo genere letterario non era semplicemente intrattenimento, ma uno strumento per meglio descrivere e comprendere una società.
La scrittura dei loro romanzi fu uno strumento di denuncia politica e sociale, mente la figura del loro protagonista fu concepita per smascherare le storture e le ingiustizie della società svedese. Da allora cominciai a considerare in modo diverso i romanzi crime e mi accorsi che, effettivamente, leggendo libri di autori di Paesi diversi, si riuscivano a ricostruire le società, i problemi sociali, gli usi, la mentalità che li contraddistinguevano. Per questo motivo, ho piacere di fare un piccolo viaggio attraverso alcuni dei libri di autori europei che ho letto, sicura che potrà essere per voi una buona opportunità per cogliere caratteristiche nuove di Paesi diversi. Se un tempo il romanzo poliziesco parlava quasi esclusivamente inglese con i salotti vittoriani di Agatha Christie o le strade nebbiose di Arthur Conan Doyle, oggi il genere crime in Europa è un ecosistema frammentato, geopolitico e profondamente radicato nelle tensioni sociali di ogni singolo Stato. Viaggiare attraverso la letteratura poliziesca europea significa esplorare le nevrosi e i segreti del Vecchio Continente. Ogni regione ha sviluppato un proprio timbro, trasformando l’indagine in uno specchio sociale.
LA MAPPA DEL DELITTO EUROPEO. Il modo in cui un autore europeo scrive un omicidio dipende inevitabilmente da dove si trova. Le differenze geografiche hanno dato vita a veri e propri sotto-generi, ognuno con le sue caratteristiche ben definite:

Il Nord e il Nordic Noir.
La letteratura poliziesca contemporanea nasce con Maj Sjöwall e Per Wahlöö
Tra il 1965 e il 1975, uniti nella vita e nella scrittura, i due autori hanno concepito un progetto letterario monumentale, rivoluzionario e rigoroso: il “Decalogo di Martin Beck”. Dieci romanzi scritti con un obiettivo preciso: usare il genere poliziesco come un bisturi per analizzare, criticare e sezionare la democrazia sociale svedese, mostrando le crepe dietro la facciata del perfetto welfare state (stato sociale).
Sjöwall e Wahlöö, entrambi marxisti convinti, non erano interessati al classico “giallo rompicapo” alla Agatha Christie, e nemmeno alle avventure di detective privati duri e solitari. La loro intuizione fu quella di adottare il police procedural (la procedura di polizia), dove i crimini vengono risolti non da colpi di genio individuali, ma dal lavoro di squadra, dalla routine metodica, dalla burocrazia e dalle infinite tazze di caffè tiepido. I dieci romanzi, pubblicati a cadenza annuale esatta, dovevano comporre un unico grande affresco. Nelle loro intenzioni, la serie serviva a documentare come la Svezia degli anni ’60 e ’70, nel tentativo di costruire una società capitalista dal volto umano, stesse in realtà scivolando verso un conformismo alienante, una burocrazia opprimente e una profonda disuguaglianza sociale. Il crimine, nei loro libri, non è mai un’anomalia causata da un “mostro”, ma il prodotto diretto delle storture della società. Al centro di questa epopea c’è l’ispettore della Squadra Omicidi di Stoccolma, Martin Beck. Lontano anni luce dai cliché dei super-poliziotti, Beck è l’emblema dell’uomo comune. È perennemente tormentato dal mal di stomaco, soffre di un raffreddore cronico causato dal clima svedese, è intrappolato in un matrimonio infelice che si trascina per inerzia ed è costantemente stanco. La forza di Beck sta nella sua pazienza infinita e nella sua profonda umanità. Attorno a lui muove una squadra di comprimari indimenticabili che incarnano diverse sfaccettature della polizia e della società dell’epoca. Prima di Sjöwall e Wahlöö, il poliziesco scandinavo era quasi inesistente o dominato da imitazioni dei modelli americani o britannici. La coppia ha letteralmente inventato un genere, stabilendo le regole che ancora oggi definiscono il giallo nordico. Le loro opere sono permeate da un realismo sociale. Il delitto è lo specchio della politica e dell’economia. L’indagine è fatta di vicoli ciechi, verbali da scrivere e frustrazioni. La polizia stessa viene spesso dipinta come inefficiente, militarizzata e distante dai cittadini. Senza la loro opera, oggi non avremmo Wallander, la trilogia Millennium o la serie The Bridge.
In Scandinavia, il delitto serve a squarciare il velo del perfetto welfare state. Autori come Henning Mankell (il padre dell’ispettore Wallander), Stieg Larsson (Uomini che odiano le donne) o Jo Nesbø hanno dimostrato che sotto l’apparente ordine e la pulizia delle società nordiche si nascondono xenofobia, violenza domestica, corruzione e un isolamento raggelante. Il paesaggio – cupo, innevato, dominato da inverni perenni – diventa un personaggio a sé stante. Ritroviamo lo stesso filo conduttore nei libri dei fratelli danesi Lotte e Soren Hammer e in quelli dell’islandese Arnaldur Indridason, che incomincia a scrivere i propri libri nel 1997, dopo anni di giornalismo e di critica cinematografica e una laurea in storia. Vince da subito importanti premi, come il Glasnyckeln e il Gold Dagger; oggi è distribuito in 26 Paesi ed è uno degli scrittori più letti in Islanda. Indridason deve la sua notorietà ai romanzi polizieschi che narrano le avventure di una squadra di investigatori a Reykjavik. Protagonista è l’abbrutito Ispettore Erlendur, ferito dalla morte del fratello ancora bambino e distrutto dalla vita disordinata dei figli, vittime di droga e disagio giovanile. I suoi romanzi sono regolarmente un pretesto per un viaggio nel passato, che diventa causa e sfondo obbligato delle storie che si sviluppano nell’inquietudine del presente. Nei suoi romanzi, lirici ed autentici, due diversi momenti storici si alternano, capitolo per capitolo, fino a fondersi in un finale comune.

Hakan Nessner è un autore svedese che si è dedicato alla scrittura di avventure poliziesche ambientate nell’immaginaria cittadina nordeuropea di Maardam. Protagonista dei suoi primi romanzi è l’Ispettore Van Veeteren, da molti descritto come un Maigret scorbutico e geniale, che compie personalmente le indagini con grande umanità. Nel 2006, Nesser introduce un nuovo personaggio, l’Ispettore Gunnar Barbarotti di origine italiana e dal carattere più ottimista. Qui ricordiamo Carambole, scritto nel 1999. Un bellissimo libro che è prima psicologico e poi poliziesco. La storia di chi non ha mai ucciso, ma può diventare assassino. Al loro fianco troviamo un genere diverso, quello così amato della svedese Camille Lackberg. Nelle sue pagine si ritrova un ambiente famigliare, in certi casi simile a quello così amato di Murder-She wrote con Angela Lansbury. Ci si affeziona, infatti, alla scrittrice-investigatore che tra le cure alla figlioletta e il problema della cena per la famiglia, riesce a scoprire elementi utili ed indispensabili alle indagini del marito. Aiuta sicuramente la descrizione di questo paesino nordico, luogo di villeggiatura e pesca, dove tutti si conoscono e si salutano per strada, ma dove avvengono anche efferati delitti.
Il Sud e il Noir Mediterraneo.

Scendendo verso l’Italia, la Spagna e la Grecia, l’atmosfera cambia radicalmente, ma non diventa meno spietata. Il Noir Mediterraneo (portato al successo da Jean-Claude Izzo a Marsiglia, Manuel Vázquez Montalbán a Barcellona e Andrea Camilleri in Sicilia, Alicia Giménez-Bartlett) usa il delitto per raccontare il legame sociale, le ferite della storia recente, la burocrazia soffocante e le infiltrazioni criminali. Qui le indagini si fanno tra un piatto di pesce e una tazza di caffè, sotto un sole accecante che, invece di illuminare la verità, spesso la deforma. Ricordiamo Jean-Claude IZZO, autore francese, figlio di un immigrato italiano ed un’immigrata spagnola, nasce a Marsiglia nel 1945 e qui vi muore a soli 55 anni. Il figlio definirà l’attaccamento di suo padre alla sua città con poche parole: “J’ai Marseille au coeur”. Ed è Marsiglia, simbolo di un Mediterraneo diviso tra bellezza e violenza, la vera protagonista, insieme a Fabio Montale, dei suoi tre romanzi più famosi che costituiscono la trilogia marsigliese: “Casino totale”, “Chourmo-Il cuore di Marsiglia” e “Solea”. Fabio Montale, che è protagonista e voce narrante dei tre libri, rispecchia il dualismo della città. E’ poliziotto e uomo d’azione, più educatore da strada che sbirro, e svolge le proprie inchieste nei quartieri difficili della città, dove ogni giorno si viene risucchiati in focolai di violenza ed odio. Ma è insieme un uomo, che cerca di vivere la propria vita secondo la vecchia filosofia dei paesi della costa, seguendo il ritmo lento del mare, andando a pesca, sedendo al bar con gli amici per una partita di belote o per parlare di politica, sorseggiando un bicchiere di vino mentre si gusta un buon piatto provenzale, perchè “di fronte al mare la felicità è un’idea semplice”. Leggere i libri di Izzo commuove ed affascina e fa rimpiangere la sua morte prematura. Izzo diceva: ”Mi dicono a volte che i miei libri sono neri e pessimisti, ma il più bel complimento che spesso mi hanno fatto è dirmi che quando si finisce di leggerli viene una maledetta voglia di vivere”
La Francia e il “Polar” esistenziale

In Francia il poliziesco si chiama polar (fusione di policier e noir). Ha una tradizione psicologica e filosofica fortissima che va da Georges Simenon e il suo commissario Maigret, riflessivo e umano, fino alle derive più violente e strutturate di Fred Vargas o Jean-Christophe Grangé. Il delitto francese è spesso un viaggio nei labirinti della mente o nei segreti di una provincia apparentemente immobile. Simenon si distacca dagli altri autori, perché, sebbene sia noto soprattutto per i romanzi polizieschi e il personaggio di Maigret, che gli regalò la fama negli anni ’30, la sua opera ha attraversato diversi generi e sottogeneri letterari, dal romanzo popolare a quello d’appendice, dal noir al romanzo psicologico. La sua narrativa è caratterizzata da storie di uomini semplici, borghesi, ricchi o famosi che si trovano coinvolti in vicende drammatiche. Il suo stile è asciutto e nella narrazione si riscontra un’abile capacità di ritrarre, con arguta psicologia, vicende dal sapore profondamente umano.
Geopolitica del Delitto: Come il genere noir racconta l’Europa.
L’Europa ci ha regalato autori di opere intense, in questo genere. Qualche esempio.
PETER MAY è uno scrittore scozzese che, dopo un periodo dedicato al giornalismo ed alla collaborazione con la televisione locale comincia a scrivere romanzi noir, pubblicando la sua “China thriller”, tradotta e diffusa in tutto il mondo. Più tardi, trasferitosi in Francia, Peter May dedica una trilogia alla propria terra natia. Ci regala, così, tre libri assolutamente da leggere, perché il racconto noir diventa solo una scusa per riportare Fin Macleod (ex ispettore di polizia) sull’isola natale di Lewis, nelle Ebridi, ad ovest della Scozia.
THIERRY JONQUET scrittore francese, specializzato in romanzi noir e di avventura, a sfondo politico e sociale. Laureato in filosofia si specializza in ergoterapia, una disciplina riabilitativa, e per anni svolge il suo lavoro in geriatria e come istitutore in un centro di neuropsichiatria infantile, per poi ricevere l’incarico di istitutore nelle periferie a nord di Parigi. Questi lavori influenzeranno molto la sua scrittura; davanti allo spettacolo della morte onnipresente comincia a scrivere per raccontare l’orrore che vive quotidianamente e per rendere omaggio ad una persona ricoverata, a cui è legato da un profondo legame d’amicizia. Da autore di sinistra, Jonquet sta dalla parte dei più deboli, ma rifiuta l’etichetta di autore impegnato. I suoi romanzi sono di pura finzione, ma gli causeranno non pochi problemi ed addirittura denunce, per aver messo in scena la violenza, l’odio, e il desiderio di vendetta di una società malata.
PATRICK McGRATH è uno scrittore inglese, neo-gotico. I suoi libri sono sicuramente influenzati da un’adolescenza vissuta accanto al padre, psichiatra nel manicomio criminale di Broadmoor. Il giovane Patrick non segue la carriera del padre, ma ne trae spunto per i suoi libri, che diventano esperienza complessa dove si fondono fascino e repulsione. Di particolare impatto psicologico è il suo libro “Follia”, dove uno psichiatra narra la storia tormentata di un amore passionale nato tra l’affascinante moglie di un suo collega ed Edgar, detenuto in manicomio per un uxoricidio particolarmente violento. La storia si svolge tra le mura di un cupo ospedale psichiatrico vittoriano e per questo i critici ritengono poco incisiva la traduzione in italiano del titolo che, nel testo originale, è “Asylum”, proprio ad indicare un posto protetto, ma al tempo stesso luogo di privazione, come un carcere.

CLAUDE IZNER è lo pseudonimo di due sorelle, Liliane e Laurence Korb, scrittrici e libraie parigine. Dopo avere scritto parecchi libri singolarmente ed a quattro mani, decidono, nel 2003, di presentarsi sotto uno pseudonimo per raccontare le avventure dell’investigatore-libraio Victor Legris, del suo padre adottivo-socio Kenji Mori e di Joseph, impiegato nella libreria. In ogni libro fa da sfondo la Parigi della fine dell’ Ottocento. Ogni particolare è descritto con una precisione quasi maniacale e, per rendere più credibile l’ambientazione, le due sorelle hanno studiato in modo approfondito la cronaca dell’epoca, i luoghi descritti e la toponomastica della città. Le storie sono, talvolta, occasione per incontrare, come personaggi reali, Henri de Toulouse-Lautrec, Alphonse Bertillon, Ravachol, Paul Verlaine ed altri artisti del periodo. Il primo libro si svolge nel giugno 1898, durante l’Esposizione Universale, tra folle che si accalcano per vedere le danzatrici di Giava, gli ananas della Martinica e il rivoluzionario telefono e dove vera dominatrice dell’Esposizione è la torre di Monsieur Eiffel.
PHILIP KERR è uno scrittore scozzese ed è uno dei miei scrittori preferiti. Autore di thrillers di contenuto culturale altissimo, ha saputo coniugare nell’intero evolversi della Sua opera tutto quanto attiene alla nobiltà del genere con una preparazione culturale ed intellettuale che fa dei suoi romanzi gialli uno specchio fedele della realtà reale e romanzata. Il suo capolavoro è la cosiddetta Trilogia Berlinese che si sviluppa attraverso tre produzioni: Criminale Pallido, Violette di marzo e Un requiem tedesco. Il personaggio di riferimento è Bernie Gunther, ex poliziotto tedesco, ovviamente berlinese, divenuto poi investigatore privato, che opera nella Berlino nazista ante seconda guerra mondiale. Il palcoscenico delle sue investigazioni è l’hotel Adlon, luogo dedicato ad una decadenza quasi romantica acuita dall’evolversi di una situazione di negativa belligeranza e perversa politica che parrebbe essere prodromo delle crisi postbelliche. Non esclusa quest’ ultima. Bernie appare quale punto fermo di tutte le sue avventure, centro nodale di un incrocio di razze, personaggi, situazioni, necessità ed infinite tristezze, dove ad esse si accompagna un concetto di “male” che trascende i dettami di una squallida normalità per ascendere ai cieli eterei di una pazzia collettiva e contagiosa. Innovativamente la guerra si presenta quale sfondo della trama dei tre romanzi, una volta tanto non squallida e tremenda protagonista, ma “quinta” di una rappresentazione che tra i suoi attori non include pazzie generazionali usate ed abusate artisticamente, ma malesseri tanto umani quanto squallidi. La guerra, quindi non come causa, ma effetto della non cultura del bello e del bene, in antitesi con una educazione intellettuale e morale di cui il nostro eroe propone una raffigurazione informale e quasi cinica.
FRIEDRICH GLAUSER, uno scrittore svizzero di lingua tedesca vissuto a cavallo del IX e XX secolo. La sua opera letteraria risulta divisa in due filoni: quello poliziesco, che ha come protagonista il Sergente Studer, e quello prettamente autobiografico, pervaso dal dolore di una vita dolorosa e ribelle di chi si è trovato a vivere nella legione straniera e, per periodi limitati, in manicomio. Sfondo dei suoi romanzi è sempre la provincia svizzera di inizio ‘900. Vero protagonista delle sue storie, oltre ad una dolorosa introspezione, sono il difficile confronto umano che è generato dal delitto e la meticolosa investigazione, anche psicologica, di quel “quid” che porta una persona normale a delinquere.
Il romanzo giallo in Europa ha preso il posto del vecchio romanzo sociale dell’Ottocento. Oggi, se si vuole capire davvero come funziona una città o quali sono le paure represse di una nazione, non si legge un saggio di sociologia: si legge un romanzo crime. Che si tratti delle indagini radicate nella memoria storica della Germania (il Krimi), dei segreti sepolti nei piccoli paesi della brughiera inglese o delle indagini poliziesche tra i vicoli di Napoli, l’Europa usa il delitto per fare i conti con se stessa. Ci ricorda che, dietro un’unità europea, ogni Paese conserva i propri fantasmi, le proprie colpe storiche e, soprattutto, i propri modi unici di cercare la giustizia.
Articolo di Alessandra Campia







































