CUSTODI DELLA TERRA, RADICI DEL FUTURO. Il 2026 celebra le donne dell’agricoltura globale

Luglio 1, 2026

L’associazione NOVAPANGEA è nata ed opera a Torino. Tra le sue collaborazioni, si onora di avere un rapporto diretto con l’Accademia di Agricoltura di Torino. Questo rapporto risulta importante per un’associazione che si è posta come obiettivo quello di portare nei Paesi emergenti e in via di sviluppo, progetti legati all’agricoltura, alla trasformazione agroalimentare e all’economia circolare. Pare evidente come questi progetti debbano prevedere anche una formazione adeguata non solo per chi intende realizzarli, ma, soprattutto, per gli abitanti e i giovani dei Paesi di riferimento, per garantire loro un lavoro sicuro e una crescita professionale.

Il ruolo dell’Accademia di Agricoltura di Torino.  Secoli di scienza, terra e innovazione

Quando pensiamo a Torino, la mente corre subito all’industria automobilistica e al cinema. Eppure, nel cuore della città, esiste un’istituzione che da oltre due secoli custodisce e guida l’anima rurale e scientifica del Piemonte e dell’Italia: l’Accademia di Agricoltura di Torino.

L’Accademia nacque ufficialmente il 24 maggio 1785 con il nome di Società Agraria, per volere del re di Sardegna Vittorio Amedeo III di Savoia. L’obiettivo era ambizioso: “promuovere a pubblico vantaggio la coltivazione dei terreni situati principalmente nei felici domini di S.M., secondo le regole opportune e convenevoli alla loro diversa natura” Ovvero modernizzare le tecniche agricole, migliorare le rese dei raccolti e sollevare le condizioni delle campagne piemontesi, attraverso la scienza. Nel corso dell’Ottocento, l’istituzione ottenne il titolo di “Reale Società Agraria”, consolidando il suo ruolo centrale, come consulente, nello sviluppo economico del Governo piemontese e, dopo l’Unità, di quello italiano. Tale consulenza durò fino al 1868, anno in cui venne istituito a Roma il Consiglio Superiore dell’Agricoltura.

L’impegno dell’Accademia non si limitò al lavoro dei campi, ma divenne un punto d’incontro per le menti più brillanti della storia scientifica e politica italiana. Tra i soci e i frequentatori dell’Accademia troviamo nomi illustri; scienziati come il chimico Amedeo Avogadro, l’inventore del nitroglicerina Ascanio Sobrero, l’ingegnere e scienziato Galileo Ferraris e il medico Giulio Bizzozero, che scoprì e descrisse le piastrine nel 1881; personalità internazionali come Louis Pasteur e il chimico tedesco Justus von Liebig; statisti e intellettuali come Camillo Benso Conte di Cavour, che applicò le teorie agrarie più moderne nelle sue tenute di Leri, e Luigi Einaudi.

L’Accademia ha sempre creduto che la terra avesse bisogno di professionisti formati. Per questo motivo, ha puntato sulla formazione e uno dei suoi più grandi meriti storici è stato quello di aver promosso e ottenuto – in stretta collaborazione con il Comune e l’Ateneo torinese – l’istituzione della Facoltà di Agraria nel 1936, seguita, decenni più tardi, dal corso di laurea in Scienze Forestali.

Un altro pilastro fondamentale della sua storia è sempre stato il legame con il territorio. La Società Agraria fornì una preziosa attività didattica e scientifica per gli agricoltori, a partire dalla fine del 1700 e per tutto il secolo XIX, utilizzando dapprima il cosiddetto “Orto sperimentale della Crocetta” e poi un altro terreno situato nella zona del Valentino. Nel 1927 l’Accademia è entrata in possesso di circa 30 ettari di terreno intorno alla suggestiva Abbazia di Vezzolano, in provincia di Asti, area storicamente utilizzata per studi, vigne sperimentali e ricerche agrarie applicate. Area utilizzata, attualmente, per studi ed esperimenti dall’Istituto per la Meccanizzazione Agricola del C.N.R.

Dal 1939, l’Accademia di Agricoltura ha sede in Via Andrea Doria 10, a Torino, all’interno del Palazzo che fu del conte Giuseppe Corbetta Bellini di Lessolo. Al suo interno, troviamo la Sala delle Adunanze, uno splendido salone affrescato nel 1883 dai fratelli Rodolfo e Luigi Morgari con l’opera “Il Trionfo delle Arti” e una Biblioteca, che conserva oltre 6.000 volumi specialistici, tesi d’epoca, manoscritti preziosi del Seicento e Settecento e persino lettere autografe di Cavour. L’Accademia custodisce anche una celebre collezione di frutti di cera realizzati dall’artista e scienziato Francesco Garnier Valletti, oltre a microscopi ottici dell’Ottocento usati per studiare le malattie dei bachi da seta (bacologia).

Francesco Garnier Valletti (1808–1889) fu un genio assoluto della ceroplastica ottocentesca che ha saputo fondere arte, artigianato e rigore scientifico in opere immortali. I suoi frutti di cera ci illustrano varietà diverse di mele, pere, uva e pesche. I colori sono reali, la buccia mostra le imperfezioni tipiche della maturazione, persino la consistenza visiva sembra suggerire la morbidezza della polpa. Garnier Valletti non fu solo un artista, ma una figura eclettica: confettiere, truccatore teatrale, modellatore e profondo conoscitore della botanica. La sua abilità nel manipolare la cera lo portò a girare l’Europa, lavorando per le corti più prestigiose, tra cui quella di Vienna sotto l’Imperatore d’Austria, e a collaborare con i massimi esperti di pomologia (la scienza che studia la frutta) del suo tempo. Mentre altri ceroplasti si limitavano a una resa puramente estetica, Garnier Valletti sviluppò una formula segreta per la sua miscela. Non usava solo cera d’api, ma un composto resinoso che rendeva i frutti resistenti nel tempo, lavabili e incredibilmente realistici nel peso e nella consistenza. La sua opera ebbe un importante valore scientifico. Nel XIX secolo non esistevano la fotografia a colori o i frigoriferi. Per i botanici e gli agronomi, catalogare le diverse varietà di frutta era un’impresa titanica. I modelli di Garnier Valletti divennero così uno strumento scientifico fondamentale. Garnier Valletti riproduceva la ticchiolatura (le macchie della buccia), i danni da parassiti, la porosità e persino la finitura vellutata di pesche e albicocche. Molti dei frutti da lui riprodotti, oggi sono estinti o rarissimi. I suoi frutti in cera fungono da archivio storico della biodiversità agricola dell’Ottocento. Le sue opere sono oggi esposte anche nel Museo della frutta di Torino, inaugurato nel 2007, a Firenze e nei musei di alcune città europee.

L’Accademia d’Agricoltura di Torino ha oggi un duplice compito. Quello di informare e formare, in Piemonte, in Italia e presto anche all’estero. Uno dei temi più interessanti è il monitoraggio e il contrasto alla Popillia japonica, il coleottero da quarantena che sta minacciando gli agroecosistemi europei. Attraverso il progetto europeo Erasmus+ “SOS Popillia”, l’istituto coordina convegni sul territorio piemontese, volti a diffondere buone pratiche di contenimento e lotta biologica, creando un ponte diretto tra i laboratori di ricerca e le aziende agricole. L’innovazione passa inevitabilmente per le tecnologie digitali. Nei recenti seminari tematici si è discusso diffusamente di Agricoltura 4.0. L’attenzione si sta focalizzando sull’impatto dell’Intelligenza Artificiale applicata alla viticoltura e all’enologia, studiando come gli algoritmi predittivi possano ottimizzare i trattamenti in vigna e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici sulla qualità dell’uva. L’agricoltura è anche custode dell’ambiente e della memoria. L’Accademia è fortemente attiva nel dibattito sulla transizione ecologica e sul ripristino della natura, in linea con il Nature Restoration Law europeo. I focus spaziano dalla gestione responsabile delle foreste alla valorizzazione del paesaggio agrario storico, come i sistemi a pergola del Mombarone (storica e ingegnosa tecnica di coltivazione della vite), fino alla tutela delle risorse idriche montane e degli allevamenti in alta valle come fornitori di servizi ecosistemici vitali. L’attività dell’Accademia non si esaurisce negli incontri scientifici tra accademici. L’istituzione ha progressivamente aperto le sue porte alla comunità, permettendo al pubblico di accedere, previo appuntamento, al proprio prezioso Archivio Storico e agli antichi erbari, come l’Erbario di fra Giuseppe da Spello, considerati vere e proprie “capsule del tempo” per studiare l’evoluzione della biodiversità e dei microrganismi del suolo. La storia dell’Accademia di Agricoltura di Torino ci insegna quanto il lavoro dei campi sia sempre stato sinonimo di vita, elemento importante per la crescita di un Paese.

La mia insegnante ci ripeteva spesso:” Ricordatevi che tutti noi siamo figli della terra ed ambiamo almeno un antenato contadino”. Per questo motivo, NOVAPANGEA ritiene importante seguire e promuovere progetti in questo settore e contribuire alla loro realizzazione. Ma il nostro impegno per uno sviluppo etico e pari opportunità ci obbliga a ricordare qui che il 2026 è ufficialmente l’Anno Internazionale delle Donne Agricoltrici (IYWF).

 

Quando pensiamo alla storia dell’agricoltura, l’icona classica che spesso ci balza alla mente è quella dell’uomo ricurvo sull’aratro. Eppure, la storia della terra racconta un’altra verità, molto più inclusiva e profondamente radicata: le donne sono state le prime coltivatrici della storia e, oggi più che mai, ne guidano la transizione ecologica. Molti storici e antropologi concordano su un punto fondamentale; la nascita dell’agricoltura, avvenuta circa 10.000 anni fa, deve moltissimo all’universo femminile. Nelle società di cacciatori-raccoglitori, mentre gli uomini si allontanavano per le battute di caccia, erano le donne a occuparsi della raccolta di bacche, frutti e sementi vicino agli accampamenti. Fu grazie allo spirito di osservazione, alla pazienza e alla catalogazione empirica di queste donne che si comprese il ciclo di vita delle piante. Il passaggio dal raccogliere i frutti al piantare intenzionalmente i semi è, con ogni probabilità, un’intuizione femminile.

 

Nonostante questo importante ruolo, per secoli, il lavoro delle donne nelle campagne è stato catalogato come “aiuto domestico” o mero supporto familiare. Nei campi si seminava, si vendemmiava, si mungeva e si curava l’orto. Il carico di lavoro della donna rurale era doppio; la gestione della casa e dei figli si intrecciava, senza soluzione di continuità, con la fatica della terra. Per generazioni, le donne non hanno avuto diritto alla proprietà della terra, né al riconoscimento giuridico del proprio lavoro, rimanendo formalmente invisibili nelle statistiche economiche.

Si pensi, ad esempio, che un tempo nelle zone marittime, il figlio maschio ereditava la terra coltivabile dell’entroterra, la media collina, i fondovalle fertili con accesso alle sorgenti d’acqua dolce, i boschi da cui ricavare legna e le case nell’entroterra fortificato o protetto, mentre alla figlia femmina andavano le zone paludose o sabbiose vicino al mare.Quella terra “inutilizzabile” serviva solo a liquidare chi non poteva accampare diritti sul patrimonio produttivo della famiglia. A partire dagli anni ’50 del Novecento, il turismo di massa trasformò le spiagge da luoghi deserti e insalubri a mete desideratissime. Nel giro di una generazione, le famiglie che per secoli avevano custodito colline fertili si trovarono tra le mani terreni agricoli dal valore commerciale stabile o in calo. Al contrario, i discendenti di coloro che avevano ricevuto in eredità “quattro sassi e un po’ di sabbia” sul bagnasciuga scoprirono di essere diventati ricchi.Oggi lo scenario è radicalmente cambiato nel mondo occidentale. Le donne non sono più solo braccia prestate all’agricoltura, ma menti alla guida di imprese di successo.

Secondo i dati più recenti, circa un’azienda agricola su tre in Italia è oggi guidata da una donna.Le donne hanno ridefinito il concetto di azienda agricola. Sotto la loro gestione, la terra non produce solo cibo, ma benessere. Sono state le pioniere degli agriturismi, delle fattorie didattiche, degli agriasili e della trasformazione diretta dei prodotti (filiera corta).C’è un legame profondo tra l’imprenditoria femminile e la tutela dell’ambiente. Le aziende dirette dalle donne registrano una fortissima propensione al biologico, alla tutela delle sementi antiche e al rispetto del benessere animale, interpretando l’agricoltura non come mero sfruttamento, ma come custodia del territorio.L’agricoltura moderna richiede competenze digitali, analisi dei dati e visione di mercato. Le giovani agricoltrici di oggi sono spesso laureate, connettono i campi ai social media, utilizzano droni per il monitoraggio idrico e gestiscono e-commerce globali per i loro prodotti di nicchia.

 

Se nei Paesi occidentali la leadership femminile nel settore agricolo è una realtà consolidata, a livello globale la strada è ancora lunga.

In molte parti del mondo, in particolare in alcune aree dell’Africa subsahariana e dell’Asia meridionale, leggi consuetudinarie o discriminatorie, ancora oggi, impediscono alle donne di possedere o ereditare terreni. Meno del 15% dei proprietari terrieri a livello globale sono donne. Senza la proprietà della terra come garanzia finanziaria, per le donne è quasi impossibile ottenere prestiti bancari per acquistare sementi di qualità, fertilizzanti o moderni macchinari agricoli. I programmi di assistenza tecnica e formazione agraria sono storicamente tarati sui capifamiglia uomini, escludendo le donne dalle innovazioni tecnologiche e dalle pratiche di coltivazione più efficienti.Secondo la FAO, se le donne nei Paesi in via di sviluppo avessero lo stesso accesso degli uomini alle risorse produttive (terra, credito, tecnologie, sementi selezionate), la produzione agricola mondiale potrebbe aumentare fino al 30%, riducendo drasticamente il numero di persone che soffrono la fame nel mondo.

Per questo motivo si è pensato di intervenire quest’anno con misure idonee, seguendo la linea: “nutrire il mondo domani significa investire sulle donne oggi”. Proposta originariamente dal governo del Perù e sostenuta con forza da un’ampia coalizione globale, l’iniziativa del “2026 come l’Anno Internazionale delle Donne Agricoltrici” è stata formalmente adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che ha affidato alla FAO (Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura), insieme ad altre organizzazioni, il compito di tradurre le intenzioni in azioni concrete. La proposta nasce per portare al centro dell’attenzione internazionale la condizione delle donne che lavorano nei sistemi agroalimentari e valorizzarne il ruolo. Nel marzo del 2026, una moneta commemorativa da 5 euro, dedicata all’Anno Internazionale delle Donne Agricoltrici 2026 (IYWF2026), è stata presentata ufficialmente nel corso di una cerimonia presso la FAO. Le Nazioni Unite hanno delineato una strategia macroscopica che punta a trasformare i sistemi agroalimentari mondiali attraverso quattro direttrici fondamentali:

  • esortazione ai governi per varare riforme legislative che garantiscano alle donne parità di diritti sulla proprietà, sull’eredità e sul controllo della terra.
  • creazione di linee di credito agevolate, microfinanziamenti mirati e programmi di digitalizzazione per consentire alle agricoltrici di accedere direttamente ai mercati locali e internazionali, saltando gli intermediari speculativi.
  • Finanziamento di programmi formativi incentrati sull’agricoltura rigenerativa, la gestione resiliente dell’acqua e l’uso di tecnologie digitali (AgTech) per ottimizzare i raccolti e ridurre l’impatto ambientale.
  • Investimenti massicci nelle infrastrutture rurali per garantire servizi per l’infanzia, accesso all’acqua potabile ed energia pulita.

In Italia, numerosi enti nazionali ed internazionali stanno portando avanti progetti dedicati. Attraverso enti come il CREA e associazioni di categoria, vengono promossi bandi, piattaforme di networking e studi per mappare le differenze di genere nei territori rurali. Camere di commercio e organizzazioni territoriali, come la Camera di commercio di Torino, organizzano convegni e fiere per dare voce alle imprenditrici agricole locali. In tutto il mondo si stanno svolgendo iniziative per discutere i problemi di questo settore e sono stati istituiti bandi e creati finanziamenti ad hoc per le agricoltrici. Si pensi al lancio di una serie di eventi nazionali itineranti (da luglio a novembre) mirati a connettere le imprenditrici rurali e a superare l’isolamento geografico, in Irlanda; lo svolgimento dell’ACE Summit (Advocate, Cultivate, Empower), un grande congresso politico ed economico organizzato dall’American Farm Bureau, a Washington, per connettere e formare donne leader nell’agribusiness; l’impegno per definire nuove politiche agricole comuni a tutela delle donne nel blocco MERCOSUR, in Paraguay; Lancio del progetto FOLUR, focalizzato sui diritti alimentari e sulla formazione di cooperative gestite interamente da donne, in Indonesia.

La storia dell’agricoltura ci insegna che la terra non è mai stata una questione puramente maschile, ma un ecosistema di sussistenza e cura in cui le donne hanno da sempre rappresentato una spina dorsale invisibile. Il 2026, proclamato dalle Nazioni Unite Anno Internazionale delle Donne Agricoltrici, segna il passaggio definitivo dal riconoscimento silenzioso all’azione strutturale. Colmare il divario di genere nell’accesso alla terra, al credito e alle nuove tecnologie non è solo un atto di giustizia sociale, ma una necessità economica e ambientale.

Dare più spazio e risorse alle donne in agricoltura significa garantire la sicurezza alimentare del pianeta e promuovere un modello di sviluppo più inclusivo.

 

Articolo di Alessandra Campia

Published On: Luglio 1, 2026Categories: cultura, Torino2517 wordsViews: 209