Dal Mito di Cabiria al Post-Industriale. Breve storia dell’amore indissolubile tra Torino e il cinema

Luglio 20, 2026

L’associazione NOVAPANGEA è nata ed opera a Torino. Per questo motivo, dedicheremo alcuni articoli a questa città e alle sue attività e caratteristiche più importanti. Torino è la sede del Museo Nazionale del Cinema. La particolarità assoluta di questo museo   risiede nella sua location: la Mole Antonelliana, simbolo di Torino. Progettata dall’architetto Alessandro Antonelli nell’Ottocento come sinagoga e successivamente acquistata dal Comune, la Mole è alta 167,5 metri. Alla fine del secolo scorso, lo scenografo svizzero François Confino ha trasformato questo immenso spazio vuoto in un allestimento museale unico, che si sviluppa verso l’alto seguendo l’andamento della cupola.

Torino non è una scelta casuale. All’inizio del Novecento, la città era la vera capitale del cinema italiano. Proprio qui nacquero le prime case di produzione cinematografica del Paese (come la Ambrosio Film) e vennero girati kolossal storici del cinema muto come Cabiria (1914), il cui monumentale idolo del dio Moloch è oggi esposto proprio al centro del museo. Vediamo come il cinema è sempre stato legalo a Torino, dalla prima proiezione del 1896 fino ai giorni nostri.

All’inizio del XX secolo, Torino era una città in fermento. Un gruppo di aristocratici e imprenditori, tra cui spiccava la figura di Giovanni Agnelli, fondò la F.I.A.T. (Fabbrica Italiana Automobili Torino). In pochi anni nacquero marchi storici come Lancia (1906) e si sviluppò un indotto formidabile di carrozzieri, officine meccaniche e fonderie. Con l’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna del 1902, Torino si consacrò come la capitale italiana del Liberty. Architetti del calibro di Pietro Fenoglio ridisegnarono le vie della città (ne è un esempio splendido Villa Scott o Casa Fenoglio-Lafleur). Vetrate colorate, ferro battuto modellato come steli di fiori e linee sinuose decoravano i nuovi quartieri borghesi. Nel 1911 Torino ospitò la grandiosa Esposizione Internazionale per il cinquantenario dell’Unità d’Italia. Lungo le sponde del Po, al Valentino, sorse una vera e propria città effimera di padiglioni monumentali. Torino dimostrò al mondo di non essere più la “capitale decaduta”, ma il motore economico del Paese. E così, grazie a una solida borghesia industriale e a una forte spinta all’innovazione, nacquero sotto la Mole le più importanti case di produzione cinematografica del Paese, come la Ambrosio Film e la Itala Film e si posero le basi per la produzione cinematografica italiana.

Quando Torino inventò il cinema. Dalle prime proiezioni del 1897 all’età d’oro dei kolossal.

Tutto ebbe inizio pochi mesi dopo la celebre dimostrazione parigina dei fratelli Lumière. La sera di sabato 7 novembre 1896, a Torino, all’interno dei locali dell’ex Ospizio di Carità al civico 33 di via Po, venne organizzata la prima proiezione storica. Realizzò l’evento Vittorio Calcina, un fotografo torinese, rappresentante ufficiale dei fratelli Lumière. Vennero proiettati 20 brevi cortometraggi del Cinématographe Lumière, davanti a un pubblico selezionato di invitati. Quella sala improvvisata rimase attiva per mesi, segnando il primo vero incontro tra i torinesi e il grande schermo. Calcina divenne, poi, il fotografo ufficiale di Casa Savoia, filmando i reali nei loro momenti istituzionali e privati. Nei primi anni del Novecento, il cinema a Torino diventò un’industria. La città era in pieno fermento; c’era la Fiat, c’era la grande industria manifatturiera, c’era una borghesia pronta a investire capitali. Nel 1907, le sale in città erano già undici. Nacquero le prime grandi case di produzione che fecero scuola nel mondo:

  • La Ambrosio Film, fondata da Arturo Ambrosio, che costruì in via Bologna il primo moderno teatro di posa in Italia.
  • La Itala Film di Giovanni Pastrone, una fucina di talenti tecnologici e artistici.
  • La Aquila Films e la Pasquali.

Le colline torinesi e le sponde del Po si trasformarono in set a cielo aperto. Torino diventò una “piccola Hollywood”; qui si inventavano i generi, si sperimentavano gli effetti speciali e si introdusse la figura del “regista” moderno. Negli anni Dieci, più di metà della produzione cinematografica nazionale veniva girata qui.

I film più celebri girati in città in questo periodo includono:

  • Le prime vedute di Fregoli (1899): Il celebre trasformista Leopoldo Fregoli girò diversi cortometraggi a Torino con Vittorio Calcina, documentando i suoi spettacoli e la sua vita privata.
  • I documentari di Vittorio Calcina (1900-1905). Tra i primi cineasti a operare in città, Calcina girò numerosi cortometraggi documentaristici e “dal vero” che ritraevano la vita quotidiana, le parate militari e le visite dei reali a Torino.
  • Le manovre degli alpini (1906). Uno dei primissimi documentari e reportage girati da Itala Film, che mise in mostra le potenzialità della ripresa in esterni.
  • Gli ultimi giorni di Pompei (1908). Prodotto dalla Ambrosio Film, fu il primo cortometraggio dedicato a questo episodio storico. Ne seguirà un film muto, qualche anno dopo, sempre prodotto dalla Ambrosio.
  • Il conte di Montecristo (1910). Un ambizioso adattamento del celebre romanzo, realizzato ancora una volta negli stabilimenti torinesi che utilizzavano scenografie dipinte e imponenti teatri di posa.
  • Nerone (1909). Sempre prodotto dalla Ambrosio Film, fu un’opera che consolidò il genere storico-mitologico, sfruttando le prime e rudimentali tecniche di effetti speciali dell’epoca.
  • Nozze d’oro (1911). Diretto da Arrigo Frusta, è un grande classico prodotto dalla casa di produzione Ambrosio che racconta in modo epico e romantico le gesta dei bersaglieri.
  • Ma l’amor mio non muore! (1913). Diretto da Mario Caserini, è considerato il film che ha consacrato la prima diva del cinema italiano, Lyda Borelli.
  • Gli ultimi giorni di Pompei (1913). Sempre della Ambrosio Film, un altro kolossal che sfruttava tecniche scenografiche innovative e comparse imponenti.
  • Anima perversa (1913). La storia è un dramma incentrato su intrighi, soldi e reputazioni rovinate. Segue le vicende di un ricco armatore, Nick Watson, che viene manipolato e rovinato dall’amante Leona fino a spingerlo al suicidio. Leona tenterà poi di sostituirsi alla figlia dell’armatore per impossessarsi dell’eredità di famiglia, prima di essere smascherata.
  • Cabiria (1914). Il kolossal per eccellenza del cinema muto italiano, diretto da Giovanni Pastrone. Sceneggiatore di Gabriele d’Annunzio. Con le sue scenografie monumentali costruite a Torino e gli effetti speciali all’avanguardia, ha influenzato persino il regista statunitense D.W. Griffith.
  • Il fuoco (1915). Diretto da Giovanni Pastrone (firmandosi come Piero Fosco) e interpretato dalla celebre diva Pina Menichelli, è uno dei massimi esempi di “Diva film”.
  • Maciste (1915). Diretto da Luigi Romano Borgnetto e Vincenzo Denizot, è il film che ha consacrato il personaggio di Maciste (interpretato da Bartolomeo Pagano), creando il primo vero “spin-off” della storia del cinema dopo il successo di Cabiria.
  • Tigre reale (1916). Diretto da Giovanni Pastrone, tratto dal romanzo omonimo di Giovanni Verga, altro straordinario esempio del “divismo” torinese.
  • Addio giovinezza! (1918). Diretto da Augusto Genina, è un film sentimentale simbolo della vita studentesca torinese, ambientato tra le vie e i caffè della città sabauda.

 

Torino divenne la culla delle prime grandi dive del grande schermo, come Lyda Borelli (protagonista dello straordinario successo di Ma l’amor mio non muore nel 1913) e le sorelle Lidia e Letizia Quaranta. Parallelamente, la commedia spopolava grazie a comici d’importazione francese come André Deed (noto in Italia come Cretinetti) e Marcel Fabre (Robinet), che scelsero i teatri di posa torinesi per le loro acrobazie slapstick. Il cinema torinese di questo decennio non si limitò a produrre cortometraggi, ma inventò il lungometraggio spettacolare.

L’Itala Film stupì il mondo con La caduta di Troia (1911). Ma il capolavoro assoluto arrivò nel 1914 con Cabiria, diretto da Giovanni Pastrone. Girato negli stabilimenti della Itala Film a Torino, è considerato il primo vero colossal della storia del cinema mondiale, osannato persino negli Stati Uniti. Per l’epoca, lo sforzo produttivo fu mostruoso. Pastrone voleva che tutto fosse immenso. Coinvolse Gabriele D’Annunzio per la stesura delle didascalie. Inventò e brevettò il carrello, muovendo la cinepresa dentro la scenografia per dare tridimensionalità alle scene. Volle scenografie monumentali. Creò un film di durata record, oltre due ore, quando i film normali duravano appena venti minuti. Il successo fu planetario. Da New York a Londra, tutti rimasero folgorati dalla grandiosità delle scene e dal personaggio di Maciste, il gigante buono che diventò il primo grande eroe dello schermo. Il successo fu travolgente anche per il pubblico locale; nel 1914 si contavano in città ben 73 sale cinematografiche sempre affollate.

Tuttavia, l’anno successivo scoppiò la guerra e, presto, questo primato iniziò a scricchiolare per una combinazione di diversi fattori. La crisi del cinema torinese non arrivò all’improvviso, ma fu il culmine di una reazione a catena iniziata subito dopo la Prima Guerra Mondiale. L’inflazione, il blocco dei mercati esteri e il fallimento nel 1921 dell’Unione Cinematografica Italiana (UCI) misero in ginocchio le storiche case torinesi. Nel dicembre del 1924 arrivò il fallimento ufficiale della gloriosa Ambrosio. A dare il colpo di grazia concorse anche la rivoluzione tecnologica. I film di Hollywood, forti di mezzi tecnici insuperabili, invasero le sale italiane. Convertire i vecchi teatri di posa del cinema muto torinese ai nuovi standard audio richiedeva investimenti colossali che le banche locali, scottate dai recenti fallimenti, non erano disposte a finanziare. Il destino di Torino fu segnato anche da precise dinamiche economiche e politiche.

Benito Mussolini, aveva compreso prima di altri il potere di propaganda e di consenso del cinema (celebre la sua frase “Il cinema è l’arma più forte”), e che spostare la produzione a Roma significava portare il cinema sotto il diretto controllo del governo. Torino era geograficamente troppo lontana dai palazzi del potere e troppo legata alla mentalità industriale, slegata dalla politica romana. La sua impresa fu agevolata dal fatto che il produttore e distributore Stefano Pittaluga, che viveva a Torino, aveva rilevato, nel corso degli anni Venti, gran parte degli asset del cinema muto italiano (inclusi gli stabilimenti torinesi della Fert). Nel 1929, capendo la direzione del vento politico ed economico, Pittaluga prese la decisione fatale e trasferì la sede della sua società (la SASP) e il cuore delle produzioni da Torino a Roma, concentrando gli sforzi nella rinascita della Cines. La partenza di Pittaluga nel 1929 svuotò definitivamente gli stabilimenti torinesi di maestranze, registi e capitali. Quando nel 1935 un misterioso incendio distrusse completamente gli stabilimenti della Cines, si creò un vuoto logistico. Invece di semplicemente ricostruire, lo Stato decise di cambiare e sviluppare l’attività del cinema e il 28 aprile 1937, dopo soli 15 mesi di cantiere, venne inaugurata Cinecittà.

 Torino ha mantenuto un legame indissolubile con il grande schermo.  Negli anni la città si è trasformata, diventando prima la capitale industriale della FIAT, una metropoli noir e misteriosa, e infine un sofisticato set internazionale a cielo aperto. A Torino sono stati girati centinaia di film e, negli ultimi anni, la città è diventata il luogo preferito da registi di tutto il mondo per ambientare le loro pellicole. Ricordiamo che solo recentemente, nel 2022 il regista di Fast & Furious 10 ha trasformato alcune delle piazze e vie più iconiche del capoluogo piemontese (Piazza Crimea, Piazza San Carlo, Piazza IV Marzo e Via Vittorio Amedeo) in un set cinematografico spettacolare.

Il cinema a Torino tra il 1934 e il 1955. Dal film storico alla rivoluzione neorealista

In questo ventennio Torino abbandona il suo ruolo di capitale produttiva monopolista, che passa a Cinecittà, ma diventa un set a cielo aperto insostituibile. La città presta le sue architetture rigide, i suoi stabilimenti (i teatri di posa della FERT) e le sue piazze per raccontare le evoluzioni, le nevrosi e i traumi della società italiana, e non solo. Si cominciò negli anni ’30 con film storici come Villafranca (1934), La contessa di Parma (1937) e Pietro Micca (1938) per passare alla commedia con Macario, famoso comico piemontese, Non Me lo dire! (1940) e il Vagabondo (1941).

Negli anni ‘40, alcuni registi scelgono di rifugiarsi nel passato e nasce il “calligrafismo”, una corrente cinematografica caratterizzata da una cura formale estrema e da adattamenti letterari ambientati a cavallo tra Otto e Novecento. Il film simbolo è Addio giovinezza! (1940) di Ferdinando Maria Poggioli, girato a Torino.  Ne sono protagoniste la goliardia universitaria, il contrasto tra l’amore borghese e le convenzioni sociali, la nostalgia per un tempo perduto. La storia d’amore sfortunata tra lo studente Mario e la sartina Dorina diventa il ritratto malinconico di una giovinezza destinata a svanire. Torino, con i suoi portici, i caffè storici del centro, i viali del Valentino e le aule dell’Università di via Po, ricrea perfettamente l’atmosfera studentesca d’inizio secolo. il calligrafismo funge da ponte tra il cinema degli anni ’30 e il futuro Neorealismo.

Con la fine della guerra, Torino fa i conti con le macerie reali e morali lasciate dal conflitto. Il cinema scende nelle strade, assumendo i toni duri ed empatici del Neorealismo. Diretto da Alberto Lattuada e interpretato da Amedeo Nazzari e Anna Magnani, Il bandito (1946) è un capolavoro del neorealismo in sfumatura noir. Il difficile reinserimento dei reduci di guerra, la disoccupazione, la criminalità e la prostituzione come uniche vie di sopravvivenza in una società disastrata. Amedeo Nazzari interpreta un reduce che, tornando a Torino, scopre la casa distrutta, la madre morta e la sorella finita sulla cattiva strada; finirà per diventare il capo di una banda di fuorilegge. Una città spoglia, ferita dai bombardamenti, specchio perfetto del trauma collettivo dell’Italia post-bellica.

Macario continua ad essere protagonista delle pellicole torinesi con film comici/malinconici, come il Monello di strada e l’Eroe della strada (1948).

A metà degli anni ’50, l’Italia sta cambiando volto. La ricostruzione è avviata e la Fiat inizia a trainare l’economia. Il cinema smette di guardare solo alle macerie materiali per indagare quelle interiori dell’individuo. Film iconico Le amiche (1955) di Michelangelo Antonioni, che racconta il vuoto affettivo, l’alienazione, l’incomunicabilità e l’ipocrisia della classe borghese. Liberamente tratto dal romanzo “Tra donne sole” di Cesare Pavese, il film segue la stilista Clelia e il suo inserimento in un circolo di donne della Torino “bene”. Antonioni usa la città come uno specchio delle solitudini dei personaggi.  Qui compare una Torino diversa, con salotti d’alta moda, strade fredde e una celebre gita fuori porta verso una spiaggia ligure spoglia e invernale.

Nel 1956, il regista del kolossal Guerra e pace usa il Piemonte come set “camuffato” per ricreare la Russia napoleonica. In questo gioco di sostituzione, Torino diventa set per scene girate sul Po, che risultano credibili come paesaggi dell’Est. Con Audrey Hepburn e Henry Fonda, il film kolossal americano scelse il Castello del Valentino per ricreare le sontuose atmosfere e le residenze della Russia ottocentesca.

La Torino del Boom sul grande schermo dal 1957 al 1970. L’epopea industriale e i flussi migratori dal Sud

I film di questo periodo (1957-1970) hanno saputo fotografare il momento esatto in cui Torino ha smesso di essere una tranquilla ed elegante città di provincia per diventare una metropoli complessa e contraddittoria. Dalla fine degli anni Cinquanta, infatti, Torino si trasforma nel motore pulsante del “miracolo economico” italiano. La città sabauda non è più solo la capitale dell’auto, ma diventa il palcoscenico di una mutazione sociale senza precedenti. Il cinema italiano e internazionale intuisce questa metamorfosi, eleggendo le strade della città a set ideali per raccontare le contraddizioni del benessere, le solitudini urbane, il mito dell’industria e lo scontro tra culture. La tematica cardine di questo periodo è senza dubbio l’impatto dell’industrializzazione di massa e la forte ondata migratoria dal Sud Italia. La FIAT attira centinaia di migliaia di lavoratori, e Torino si spacca in due: da un lato l’eleganza del centro storico, dall’altro le periferie operaie in espansione (come Mirafiori o le Vallette). Torino, con le sue geometrie precise, le sue piazze e i viali alberati, si presta anche a diventare lo specchio dell’isolamento dell’uomo moderno.

Omicron (1963) di Ugo Gregoretti è girato interamente a Torino; questo gioiello di fantascienza satirica usa la città-fabbrica come laboratorio sociale. Un alieno si incarna nel corpo di un operaio della FIAT, scoprendo i ritmi alienanti della catena di montaggio e i meccanismi del capitalismo. Gregoretti mette in scena una Torino plumbea, geometrica e industriale per denunciare l’automazione dell’essere umano.

Sempre nel 1963, Mario Monicelli firma uno dei suoi capolavori più politici e rigorosi: I compagni. Nonostante la pellicola sia ambientata alla fine dell’Ottocento, il parallelo con la Torino degli anni Sessanta è evidente e voluto. Monicelli mette in scena le prime lotte operaie in un opificio tessile torinese, la nascita della solidarietà di classe e il prezzo umano del lavoro industriale. La Torino del film – fotografata in un bianco e nero livido e nebbioso da Giuseppe Rotunno – parla direttamente agli operai degli anni Sessanta: le dinamiche dello sfruttamento, gli infortuni e la fatica descritti nel film erano le stesse ferite vissute quotidianamente dai migranti meridionali che entravano a Mirafiori o alla Lancia.

Emblematico è l’episodio Il frigorifero, tratto dal film Le coppie, 1970, diretto da Mario Monicelli. Ambientato nel quartiere operaio delle Vallette, racconta con ironia feroce il dramma di una coppia di immigrati sardi disposta a tutto pur di pagare le rate di un enorme frigorifero, status symbol di un’integrazione sociale tanto agognata quanto alienante. In I quattro tassisti (1963), Giorgio Bianchi mostra una Torino dinamica, catturata nel pieno del traffico degli anni Sessanta. Attraverso le storie dei tassisti, la cinepresa attraversa il centro cittadino, offrendo uno spaccato ironico sui vizi e le virtù della nascente classe media e sui contrasti tra la vecchia mentalità sabauda e i nuovi stili di vita frenetici.

Negli anni ’70, pellicole memorabili fotografano lo sradicamento dei meridionali arrivati a Porta Nuova. In Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam (1973) di Carlo Lizzani, la città si mostra dura, nebbiosa, divisa tra le ciminiere di Mirafiori e le baracche o i palazzoni-alveare delle periferie. La fabbrica diventa un Moloch che divora le identità culturali per risputarle sotto forma di forza lavoro alienata. Torino diventa il palcoscenico dei primi duri conflitti sindacali, dell’Autunno Caldo e del cinema militante. La narrazione cinematografica si sposta dentro i cancelli, tra i turni di notte e i picchetti, raccontando le speranze del proletariato urbano e le profonde spaccature sociali, dinamiche esplorate anche retrospettivamente in opere drammatiche ambientate proprio in quel ventennio, così come Così ridevano di Gianni Amelio, diviso in sei episodi. Sebbene il film sia girato nel 1998, le vicende si svolgono nell’arco di tempo che va dal 1958 al 1964 in una Torino caratterizzata dal boom migratorio interno. Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972) segue la parabola di Mimì, operaio catanese licenziato per il suo voto al PCI e costretto a emigrare a Torino, tra cantieri, fabbriche e legami opachi con la mafia. Il film è un’aspra critica sociale che mette a confronto la mentalità patriarcale e arcaica del Sud Italia con i movimenti operai e le ideologie del Nord. Le riprese si sono svolte prevalentemente a Catania (per le scene siciliane) e in alcune aree periferiche e industriali di Torino.

Sul finire degli anni ’60, le geometrie industriali e barocche di Torino attirano anche le grandi produzioni internazionali, che vi leggono una modernità dinamica, quasi futuristica. In Un colpo all’italiana (The Italian Job, 1969) di Peter Collinson, la città diventa un immenso terreno di gioco e di inseguimenti pop. L’architettura torinese viene celebrata nella sua accezione più avveniristica; le tre Mini Cooper sfrecciano sulla pista di collaudo sul tetto del Lingotto, scendono le scalinate di Palazzo Madama e attraversano la futuristica cupola a vela del Palazzo del Lavoro.

Anni ‘70. Nebbia, Sangue e Calibro 38. Quando Torino divenne la capitale del noir italiano

Verso la metà del 1970, le tensioni sociali esplose nell’autunno caldo del 1969 iniziano a riflettersi in un cinema più cupo. La città geometrica e industriale comincia a rivelare un’anima noir, violenta e misteriosa. Ma nasce anche l’interesse per una categoria di persone, che vive in netto contrasto con la popolazione operaia. Esiste una città borghese, ricca e apparentemente specchiata, che nasconde segreti torbidi dietro le persiane dei palazzi nobiliari o nelle ville della collina. Il capolavoro assoluto di questo filone è La donna della domenica (1975) di Luigi Comencini, tratto dal celebre romanzo di Fruttero e Lucentini. Nessuno ha saputo raccontare Torino come questa coppia di scrittori.  Quando le loro pagine scritte sono passate dalla carta alla pellicola, la macchina da presa ha immortalato una Torino sospesa tra l’opulenza della grande borghesia collinare e la vitalità popolare dei mercati; protagonista di questo doppio binario è il commissario Salvatore Santamaria, interpretato da un indimenticabile Marcello Mastroianni. La trama si snoda attorno all’omicidio del volgare architetto Garrone, assassinato nel suo studio con un’arma del delitto decisamente bizzarra: un pesante fallo di marmo. L’indagine del commissario Santamaria diventa un viaggio satirico e spietato tra i vizi della Torino “bene” e le sue ipocrisie di classe.

Quasi vent’anni dopo, nel 1994, la Rai affiderà al regista Nanni Loy la trasposizione dell’altro grande successo torinese della coppia: A che punto è la notte, girato in formato miniserie TV e poi distribuito come lungometraggio.  In una Torino decisamente più cupa, invernale e misteriosa, il commissario Santamaria indaga sull’omicidio di don Pezza, un sacerdote scomodo e incline all’eresia, saltato in aria sul suo altare a causa di una bomba nascosta in un cero. Mastroianni riprende i panni del celebre poliziotto romano trapiantato sotto la Mole, regalandoci una performance più matura, disincantata e malinconica, in un’indagine che si svolgerà in parte all’interno della FIAT Mirafiori.

Anche quando si sceglie il tono della commedia, la satira sociale punge forte. I tentativi di arricchimento selvaggio e le dinamiche del ceto medio-impiegatizio trovano spazio in pellicole satiriche che mostrano le prime crepe nel mito del benessere per tutti, come, ad esempio, in  Tutti si possono arricchire tranne i poveri (1976), la cui storia si apre a Torino, tra quartieri residenziali e aree industriali tipiche degli anni Settanta.

In questi anni, Torino sviluppa sul grande schermo la sua fama di “città magica”, divisa tra triangoli di magia bianca e magia nera, ispira i maestri della suspense. Dario Argento trova sotto i portici e nelle piazze sabaude la sua musa ideale. Escono al cinema Quattro mosche di velluto grigio, Il gatto a nove code (1971), Profondo rosso (1975) e Suspiria (1977), consacrando la città come capitale del thriller italiano. Verso la fine degli anni Settanta, la crisi economica, la criminalità urbana e lo spettro del terrorismo politico infiammano le strade. Il cinema di genere recepisce immediatamente questa violenza. Torino diventa lo scenario ideale per inseguimenti a tutta velocità e regolamenti di conti. Film come Torino nera (1972) di Carlo Lizzani, Un uomo, una città (1974) e soprattutto il cult locale Torino violenta (1977) di Carlo Ausino descrivono una metropoli preda del degrado, delle bische clandestine, del racket e della prostituzione nelle periferie.

Sangue sulla Mole. Il legame indissolubile tra Dario Argento e la città più misteriosa d’Italia.

Esiste un legame indissolubile, quasi esoterico, tra il re del brivido italiano e il capoluogo piemontese. Dario Argento, romano di nascita, ha eletto Torino a sua musa, girandovi ben sette capolavori. Per Argento, l’architettura rigorosa di Torino, i suoi grandi portici, le piazze metafisiche e quel velo perenne di mistero legato alla magia (bianca e nera) rappresentano il set ideale in cui far muovere la follia dei suoi assassini.

“Torino è la città dove ho girato più film in assoluto. Ha un’anima doppia: da una parte solare, regale, dall’altra oscura e spaventosa. È il mio set ideale.” — Dario Argento

Il legame tra il regista romano e il capoluogo piemontese si stringe nei primi anni ’70. Dopo il debutto folgorante a Roma con L’uccello dalle piume di cristallo, Argento cerca per la sua seconda opera, Il gatto a nove code (1971), un’atmosfera diversa. La trova a Torino. La città lo conquista immediatamente per la sua architettura razionale ma enigmatica. I lunghi portici diventano il luogo ideale per inseguimenti silenziosi, e la GAM (Galleria d’Arte Moderna) si trasforma nel misterioso istituto di genetica dove si sviluppa il complotto del film. È l’inizio di un amore profondo. Il rapporto tra Argento e Torino non è puramente casuale. Esiste un’affinità elettiva legata alla natura stessa della città. Torino è storicamente nota per essere al vertice di due triangoli magici: quello della magia bianca (con Lione e Praga) e quello della magia nera (con Londra e San Francisco). Questa dualità esoterica si sposa perfettamente con la poetica di Argento, costantemente in bilico tra il visibile e l’invisibile, la logica e la follia. Inoltre, la pianta ortogonale romana di Torino crea prospettive infinite che, sotto le luci della notte, si trasformano in labirinti geometrici dove le ombre si allungano a dismisura. Per un regista che ha fatto dell’inquadratura il suo marchio di fabbrica, Torino è un set a cielo aperto che non smette mai di regalare suggestioni.

Oggi Torino ricambia l’amore del regista custodendone la memoria. il Museo Nazionale del Cinema, ospitato all’interno della Mole Antonelliana, dedica ampio spazio alla filmografia di Argento con costumi, sceneggiature e oggetti di scena (inclusa la celebre bambola meccanica di Profondo Rosso).

Ecco un viaggio cronologico attraverso tutti i film che il Maestro ha ambientato a Torino.

  1. Il gatto a nove code (1971)

Il debutto torinese di Argento avviene con il suo secondo lungometraggio. Torino fa da sfondo a un intricato giallo fantascientifico basato su un segreto genetico. L’inseguimento finale e diverse scene madri sfruttano le imponenti geometrie del Cimitero Monumentale. Si riconoscono chiaramente anche la stazione di Torino Porta Nuova e la speculazione edilizia dei quartieri in crescita dell’epoca.

  1. Quattro mosche di velluto grigio (1971)

Nello stesso anno, Argento torna all’ombra della Mole per chiudere la sua celebre “Trilogia degli animali”. Il film racconta il dramma psicologico di un batterista perseguitato da un misterioso stalker. Il regista sfrutta l’eleganza ottocentesca della Galleria Subalpina e la maestosità del Parco del Valentino. L’inconfondibile Caffè Mulassano in Piazza Castello fa da cornice a uno degli incontri del protagonista.

  1. Profondo rosso (1975)

Il capolavoro assoluto del thriller italiano. Sebbene nella finzione la storia sia ambientata in una generica città d’Italia, la quasi totalità degli esterni è girata a Torino. Piazza C.L.N. ospita il mitico Blue Bar (costruito appositamente per il film e poi smantellato). Qui si consuma il brutale omicidio della sensitiva Helga Ullmann. Villa Scott, situata in Corso Giovanni Lanza 57, in precollina, è la celebre “Villa del bambino urlante”. Questa magnifica architettura Liberty, con le sue finestre sinuose e i corridoi lugubri, custodisce il segreto dell’assassino.

 

  1. Non ho sonno (2001)

Dopo oltre vent’anni e diverse parentesi internazionali, Argento torna a Torino per un sontuoso ritorno al giallo classico. Max von Sydow interpreta un detective in pensione a caccia di un serial killer che si ispira a una macabra filastrocca per bambini. Qui Torino è la protagonista assoluta. La macchina da presa si muove tra il Teatro Carignano (dove avviene la prima spettacolare esecuzione), la spettrale Piazza Statuto (cuore esoterico della città) e i lunghi viali alberati di Corso Massimo D’Azeglio.

  1. Ti piace Hitchcock? (2005)

Questo film, nato originariamente come prodotto per la televisione, è un sincero omaggio al cinema del maestro della suspense inglese. Protagonista è un giovane studente di cinema torinese che, spiando i vicini, si ritrova coinvolto in un omicidio. Le scene si concentrano molto nei dintorni dell’Università di Torino e nei quartieri residenziali del centro, restituendo una Torino studentesca, cinefila ma non per questo meno minacciosa.

  1. La terza madre (2007)

Il capitolo conclusivo della “Trilogia delle tre madri” (iniziata con Suspiria e Inferno) porta sullo schermo lo scatenarsi dell’apocalisse stregonesca. Sebbene una parte della storia sia ambientata a Roma, Torino ospita le sequenze iniziali e di raccordo. La GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea) viene trasformata nel set di un museo dove l’apertura di un’antica urna scatena le forze del male su scala globale.

  1. Giallo (2009)

Adrien Brody interpreta un investigatore dell’FBI che collabora con la polizia locale per catturare un serial killer che rapisce e tortura giovani modelle. Il film mostra una Torino più fredda, geometrica e moderna. Vengono inquadrati i quartieri periferici, i ponti sul Po, scorci stradali ed anche l’interno del Palazzo della Luce, dove lo stesso Argento soggiornò da solo per giorni.

1980-2000 La fine di una città-fabbrica. Vent’anni di cinema e periferie a Torino.

Tra il 1980 e il 2000, Torino vive la transizione da “città-fabbrica” dominata dal ritmo della Fiat a polo culturale e tecnologico e ciò si riflette specularmente nel cinema.

All’inizio degli anni ’80, la crisi industriale della FIAT e il riflusso sociale lasciano profonde cicatrici nel tessuto urbano. Il cinema si occupa delle periferie grigie e dei quartieri dormitorio, che diventano culle di un profondo disagio sociale ed emotivo. La ragazza di via Millelire (1980) di Gianni Serra è un film ambientato tra i palazzoni di Mirafiori Sud (in particolare la tristemente nota via Artom) e delle Vallette. Il film racconta in modo crudo e neorealista le vicende di una ragazzina persa nel degrado emotivo e materiale delle periferie tardo-novecentesche. È un grido d’allarme sulla fragilità dei giovani e sull’assenza delle istituzioni. Tony, l’altra faccia della Torino violenta (1980) di Carlo Ausino. Sebbene idealmente legato al filone poliziesco degli anni ’70, si sposta decisamente sui cantieri e sulle sponde del Po di Mirafiori, mostrando una criminalità meno idealizzata e più disperata, figlia dell’alienazione urbana.

Verso la fine del millennio esplode una nuova urgenza narrativa: raccontare una generazione di ventenni e trentenni priva di punti di riferimento ideologici, schiacciata tra il mito del posto fisso ormai svanito e l’avvento dei lavori flessibili e dell’immigrazione. Tutti giù per terra (1997) di Davide Ferrario è il manifesto della gioventù nichilista e precaria di quegli anni. Valerio Mastandrea interpreta Walter, un ventiduenne che naviga a vista tra l’obiezione di coscienza, impieghi bizzarri e una Torino caotica, ironica e postmoderna, ben lontana dalla rigida formalità sabauda.

Benvenuto in San Salvario (1999) è un pluripremiato cortometraggio, di Enrico Verra, che accende i riflettori su un quartiere simbolo (San Salvario), fotografandolo nel momento esatto della sua trasformazione in laboratorio multietnico e di movida, tra paure borghesi e spaccati di reale integrazione.

La Mole e le Ombre: Torino post-industriale tra disagio giovanile e grande cinema (2000-2026).

Il trasferimento del museo del cinema e il suo fantastico allestimento all’interno della Mole Antonelliana e la nascita della Film Commission Torino Piemonte nei primi anni Duemila hanno ridato a Torino il suo ruolo di città del cinema. Da alcune sequenze di The Bourne Ultimatum (2007) fino alle acrobazie spettacolari di Fast & Furious 10 – Fast X, fino alla vasta produzione di sceneggiati per la televisione, la città si è trovata ad essere, nuovamente, un palcoscenico nazionale, un set a cielo aperto unico, capace di mutare volto a seconda delle esigenze narrative. Per quanto riguarda le tematiche della produzione cittadina, i primi anni Duemila si aprono a Torino con il racconto di una generazione sospesa tra la fine delle grandi certezze industriali e l’avvento della flessibilità lavorativa.

Santa Maradona (2001) di Marco Ponti è diventato un vero e proprio cult. Il film fotografa le vicende di Andrea e Bart in una Torino universitaria e post-industriale (tra Piazza Castello e i Murazzi). La tematica centrale è la sindrome del prolungamento dell’adolescenza, il rifiuto di un ingresso standardizzato nel mondo del lavoro e il senso di disorientamento tipico dei ventenni di inizio millennio.  In Dopo mezzanotte (2004), Davide Ferrario elegge la Mole Antonelliana e il Museo Nazionale del Cinema a veri e propri co-protagonisti. Qui la tematica della solitudine si intreccia con l’amore per il cinema del passato. I personaggi si muovono in una Torino notturna e malinconica, cercando un rifugio dalla frenesia e dalla precarietà della vita quotidiana.

Con il superamento del modello storico della Fiat, i registi hanno iniziato a esplorare le cicatrici urbane e sociali della dismissione industriale, ma anche la nascita di nuove identità periferiche in una città post-industriale. In Signorina Effe (2007), ambientato durante i celebri scioperi della Fiat del 1980 (la marcia dei quarantamila), il film affronta di petto il conflitto di classe, l’emancipazione femminile e il traumatico passaggio della città verso la post-modernità, mentre Mirafiori Lunapark (2014) affronta il tema della memoria storica del quartiere simbolo della classe operaia torinese. Attraverso la storia di tre ex operai pensionati, la pellicola indaga il legame profondo tra generazioni e il tentativo di riappropriarsi di spazi urbani abbandonati per trasformarli in luoghi di sogno e comunità. Le ultime cose (2016), ambientato nel Banco dei Pegni di Torino, è un dramma corale, che squarcia il velo sulla povertà urbana e sulle dinamiche finanziarie stringenti che colpiscono i cittadini comuni. Torino diventa lo specchio di una crisi economica e sociale profonda, priva di retorica.

Infine, Torino ha ispirato film sull’incomunicabilità e il disagio psicologico. La solitudine dei numeri primi (2010), tratto dal romanzo di Paolo Giordano, sfrutta le ambientazioni torinesi (scuole, interni borghesi e viali alberati) per amplificare il senso di incomunicabilità e i traumi infantili dei due protagonisti, Alice e Mattia, mentre Fai bei sogni (2016), basato sul libro autobiografico di Massimo Gramellini, scava nella complessa tematica dell’elaborazione del lutto e del trauma legato all’assenza materna e i tetti di Torino e i suoi storici palazzi diventano la scenografia visiva di un passato che non vuole passare.

 

A cura di Alessandra Campia

Published On: Luglio 20, 2026Categories: cinema, cultura, Torino5336 wordsViews: 87