NOVAPANGEA E L’ARTE. L’Arte come Specchio. Cronaca visiva di storia e tradizioni.

Giugno 30, 2026

L’Associazione NOVAPANGEA ha dedicato molto tempo e parte della propria attività per promuovere l’arte, come ponte tra i popoli e specchio di cultura e tradizioni.Nel tempo, con l’Associazione NOVAPAGEA, abbiamo curato esposizioni di arte africana e intrattenuto i nostri associati con esperti che ci hanno illustrato il significato delle maschere; abbiamo sponsorizzato la mostra della collezione Sordello-Missanà di arte aborigena australiana a Roma e spiegato ai bimbi delle scuole la sua simbologia; abbiamo organizzato eventi con lo CSAR di Cà Foscari ed ospitato l’artista Grisha Bruskin, organizzato una mostra di icone sacre, e così via, convinti che questo fosse un modo per spiegare Paesi e Popoli. E qui faremo una breve rassegna di quanto abbiamo sviluppato in questi anni, limitandoci a tre esempi che ci hanno permesso di partecipare a manifestazioni internazionali ed avere riconoscimenti importanti da artisti di fama mondiale. Ma prima dobbiamo comprendere il motivo per cui l’arte è sempre stata così importante per noi. C’è un filo invisibile, infatti, che unisce le pitture rupestri di Lascaux, i dettagli ipnotici dei mandala tibetani e i murales vibranti di Città del Messico. Questo filo è il bisogno intrinseco dell’essere umano di dire: “Io sono stato qui, e questo è il mio mondo”. L’arte, prima di diventare un oggetto da museo o un investimento di mercato, è il diario di bordo dell’umanità. È lo specchio più fedele e trasparente in cui si riflettono la vita quotidiana, le tradizioni e l’anima profonda delle culture che la generano.

Se la storia documenta i fatti, l’arte ne custodisce il sentimento. Spesso pensiamo all’arte come a qualcosa di straordinario, ma la sua forza risiede quasi sempre nell’ordinario. Gli artisti di ogni epoca non hanno fatto altro che catturare la vita così come si svolgeva davanti ai loro occhi. Nelle tele della pittura fiamminga del Seicento, ad esempio, non troviamo divinità olimpiche, ma donne che versano il latte, mercanti che contano monete e taverne fumose. È la vita reale che reclama il suo diritto all’eternità. Lo stesso accade oggi con la fotografia di strada o l’arte digitale, che immortalano la frenesia delle nostre metropoli, l’isolamento tecnologico o i gesti di solidarietà globale. L’arte registra il battito cardiaco del suo tempo: se la società è in crisi, l’arte si fa frammentata e tormentata; se la società vive un momento di fiducia, l’arte risplende di simmetria e luce.

Le tradizioni sono la colla che tiene insieme una comunità, e l’arte è il veicolo principale attraverso cui queste tradizioni vengono tramandate e celebrate. Prendiamo le maschere dell’Africa subsahariana. Per un osservatore occidentale in un museo, sono sculture lignee di straordinario valore estetico. Ma nel loro contesto d’origine, quelle maschere sono la tradizione vivente; sono strumenti di connessione con gli antenati, protagoniste di rituali di iniziazione, di semina o di raccolto. Allo stesso modo, i tessuti Andean in Perù o i tappeti persiani non sono semplici elementi decorativi. Ogni trama, ogni colore e ogni motivo geometrico raccontano la genealogia di una famiglia, le leggende di un popolo o la geografia di un territorio. L’arte visiva diventa così una lingua non scritta, un codice genetico culturale che permette a una tradizione di sopravvivere ai secoli e alle dominazioni.

La cultura è l’insieme di valori, credenze e modi di pensare di una società. L’arte è la traduzione visiva e materiale di questo universo immateriale. Esiste un legame indissolubile tra il paesaggio filosofico di una cultura e la sua produzione artistica. Il Rinascimento italiano rifletteva una cultura antropocentrica (l’uomo al centro dell’universo), e lo ha fatto inventando la prospettiva geometrica, uno spazio misurabile, a misura d’uomo. L’arte tradizionale giapponese (come il concetto di Wabi-Sabi o le stampe Ukiyo-e) riflette invece una cultura profondamente legata alla filosofia buddista e scintoista, dove si celebra la bellezza dell’imperfezione, dell’impermanenza e l’armonia totale con la natura. Il Wabi-Sabi è un’antica filosofia e visione estetica giapponese. Essa insegna ad accettare l’imperfezione e la transitorietà. Questo concetto celebra la bellezza autentica, naturale e incompleta di tutto ciò che ci circonda. Il Wabi-Sabi si basa su tre semplici verità: nulla dura, nulla è finito e nulla è perfetto.

Capire l’arte di un popolo significa, fondamentalmente, smettere di guardarla solo con gli occhi e iniziare a leggerla con la mente e con il cuore di chi l’ha creata. In un mondo che tende sempre più all’omologazione o, al contrario, alla polarizzazione, l’arte mantiene intatto il suo potere più grande: quello di essere un ponte. Quando guardiamo un’opera d’arte che arriva da un angolo remoto della Terra o da un’epoca lontana, stiamo guardando dentro la vita di qualcun altro. L’arte ci ricorda che, sebbene le nostre tradizioni possano essere diverse e le nostre culture variegate, l’impulso profondo che ci muove — la gioia, il dolore, la paura del sacro, l’amore per la bellezza — è lo stesso a ogni latitudine. L’arte è lo specchio del mondo, ed è forse l’unico specchio capace di mostrarci quanto siamo, dopotutto, straordinariamente umani.

 

L’Arte in Africa: Il Battito di un Continente tra Vita, Tradizione e Cultura

Per secoli, l’occhio occidentale ha guardato all’arte africana attraverso la lente del collezionismo o dell’esotismo, catalogando maschere e sculture come oggetti “primitivi” da esporre nei musei. Ma per comprendere davvero l’arte nel continente africano bisogna ribaltare completamente questa prospettiva; qui l’arte non è quasi mai fatta per essere isolata su un piedistallo. Al contrario, è un organismo vivo, uno specchio fedele che riflette la vita quotidiana, le tradizioni millenarie e la complessità culturale di una terra immensa.

In Africa, l’arte non si limita a rappresentare la vita; la plasma, la protegge e la celebra. Se in Europa l’arte ha spesso seguito il principio del “bello in sé”, nelle culture africane tradizionali l’oggetto artistico è quasi sempre funzionale. Una maschera non è una scultura da appendere alla parete, ma uno strumento sacro che prende vita solo quando viene indossato durante una danza, accompagnato dal ritmo dei tamburi e dal movimento del corpo. Moltissime opere, dalle statue dei reliquiari Kota del Gabon alle figure degli antenati dei Dogon del Mali, fungono da ponti tra il mondo visibile e quello invisibile. Gli antenati non sono considerati “morti”, ma membri attivi della comunità, e l’arte è il canale per dialogare con loro. Anche gli oggetti d’uso comune — un poggiatesta intagliato a mano dai Luba della Repubblica Democratica del Congo, un cucchiaio cerimoniale dei Dan della Costa d’Avorio — sono intrisi di significato. La cura estetica riversata in questi manufatti dimostra che non esiste separazione tra sfera profana e sfera spirituale. In un continente dove la trasmissione del sapere è storicamente legata alla parola e all’oralità, l’arte visiva ha svolto il ruolo di archivio storico e filosofico. Ogni forma, colore e materiale porta con sé un messaggio preciso che la comunità sa decodificare.

Prendiamo i celebri tessuti Kente del Ghana, originari del popolo Ashanti I motivi geometrici e i colori vivaci del Kente non sono casuali. Il giallo rappresenta la ricchezza e la fertilità, il blu la pace e l’armonia, il nero la maturità spirituale. Indossare un determinato Kente equivale a comunicare il proprio status, le proprie intenzioni o un messaggio politico ben preciso.

Allo stesso modo, i celebri bronzi del Benin (provenienti dall’antico Regno del Benin, nell’odierna Nigeria) non erano semplici decorazioni d’alta corte, ma veri e propri documenti storici che registravano le imprese dei sovrani (Oba), le ambasciate straniere e le battaglie, funzionando come un libro di storia impresso nel metallo.

 

Ma parlare di “arte africana” al singolare è un errore generico. L’Africa è un mosaico di oltre 50 nazioni e migliaia di gruppi etnici, ognuno con la propria caratteristica stilistica. Pensiamo alle sculture in legno slanciate e alle maschere geometriche del Mali o alle sculture policrome della Nigeria o alle pitture murali geometriche del Sudafrica. Ciò che le accomuna è la centralità della vita delle relazioni umane e del legame indissolubile tra uomo, natura e spirito.

 

 

Il Canto della Terra: Segreti, Simboli e Rinascita dell’Arte Aborigena Australiana

Quando guardiamo un dipinto aborigeno australiano, non stiamo semplicemente osservando dell’arte. Stiamo leggendo una mappa, ascoltando un canto millenario e calpestando una terra sacra. Con una storia che affonda le radici a oltre 60.000 anni fa, quella dei popoli nativi dell’Australia è la tradizione artistica continua più antica del pianeta. Oggi, quelle che un tempo erano incisioni rupestri e pitture cerimoniali sulla sabbia sono diventate una delle correnti più affascinanti e quotate del mercato dell’arte contemporanea globale.

Ma qual è il segreto dietro questi ipnotici intrecci di punti e linee? Per capire l’arte aborigena bisogna comprendere il concetto di Dreaming (o Dreamtime). Non si tratta di un “sogno” nel senso occidentale, ma di un’era senza tempo in cui gli spiriti ancestrali crearono il mondo, i fiumi, le montagne e le leggi della vita. L’arte, per gli aborigeni, è il mezzo per mantenere vivo questo legame. Non esiste il concetto di “arte per il gusto dell’arte”: ogni opera è un documento visivo che racconta la creazione, tramanda leggi di sopravvivenza o mappa il territorio. Tradizionalmente, un artista può dipingere solo le storie che appartengono al proprio clan per diritto di nascita o iniziazione. Dipingere la storia di un altro clan è considerata una grave violazione della legge tribale.

L’Australia è un continente immenso e l’arte varia drasticamente a seconda della regione e dell’ambiente:

  1. Il Dot Painting (La Pittura a Punti). È lo stile più famoso, originario del Deserto Centrale (regione di Papunya). Nacque negli anni ’70, quando gli artisti iniziarono a usare acrilici su tela. I punti venivano inizialmente usati per sovrapporsi e nascondere i simboli sacri e segreti agli occhi dei non-iniziati (i colonizzatori europei), creando una sorta di crittografia visiva.
  1. Lo Stile a “Raggi X”. Tipico della Terra di Arnhem (nel nord). Gli artisti dipingono animali (pesci, canguri, tartarughe) mostrando non solo l’esterno, ma anche lo scheletro e gli organi interni. È un modo per esprimere la profonda conoscenza anatomica e spirituale della preda.
  1. Il Rarrk (Tratteggio Incrociato). Sempre nel nord, si utilizza una tecnica di linee finissime incrociate, spesso realizzate con steli d’erba flessibili. Questo stile crea un effetto ottico vibrante, che per i nativi rappresenta l’energia spirituale pura dell’ancestrale che si manifesta.

                           

L’arte aborigena si legge spesso dall’alto, come una mappa aerea. Di seguito sono riportati alcuni dei simboli più comuni utilizzati nelle opere del deserto:

  • Forma a “U”. Raffigura l’impronta lasciata da una persona seduta sulla sabbia. Un individuo, un antenato o un cacciatore
  • I cerchi Concentrici rappresentano un falò, una pozza d’acqua o un luogo di ritrovo. Un sito sacro, una tappa fondamentale del viaggio
  • Linee Ondulate raffigura il movimento del serpente o dell’acqua. Percorsi fluviali o il Serpente Arcobaleno (creatore)
  • Le linee Dritte sono sentieri battuti o tracce di viaggio. Il cammino percorso dagli antenati

Per millenni, questa arte è stata effimera, disegnata sulla sabbia durante i rituali, dipinta sui corpi o sulle pareti delle caverne. La vera rivoluzione è avvenuta nel 1971 a Papunya, una comunità nel deserto, grazie all’insegnante d’arte Geoffrey Bardon, che incoraggiò gli anziani a trasferire i loro motivi tradizionali su legno e tela. Da quel momento, l’arte aborigena è esplosa. Artisti come Emily Kame Kngwarreye (spesso paragonata a Jackson Pollock per la sua incredibile forza espressiva astratta) e Rover Thomas hanno conquistato i musei di tutto il mondo. Oggi, queste opere non sono considerate “arte folk” o antropologica, ma arte contemporanea a tutti gli effetti, con quotazioni che superano regolarmente il milione di dollari nelle aste internazionali di Sotheby’s e Christie’s. L’arte aborigena australiana è un trionfo di resilienza. Nonostante i secoli di colonizzazione e i tentativi di cancellazione culturale, i popoli nativi hanno usato i pennelli come uno strumento di sopravvivenza e di rivendicazione politica. Guardare una di queste tele non è solo un’esperienza estetica: è un viaggio ipnotico in una dimensione in cui la terra, l’uomo e lo spirito sono un’unica, indivisibile cosa.

 

Dall’oro delle icone al bianco di Grisha Bruskin: L’eterno viaggio dell’arte russa

L’arte russa non è mai stata una semplice questione di estetica. È sempre stata un diario dell’anima collettiva di un popolo, un modo per elaborare la propria storia drammatica, le proprie leggende e una devozione profonda.

Per capire come la pittura abbia raccontato la Russia, dobbiamo fare un viaggio nel tempo, partendo da quando l’arte era pura spiritualità. Per secoli, in Russia, “arte” ha significato una cosa sola: l’icona. Ereditata da Bisanzio con la cristianizzazione della Rus’ di Kiev nel 988, la pittura di icone si è presto evoluta in uno stile unico, intriso di misticismo e profonda spiritualità. Le icone non dovevano essere realistiche; erano finestre sull’invisibile. I colori avevano un significato preciso (l’oro per la luce divina, il blu per la trascendenza, il rosso per il sacrificio) e le figure erano stilizzate, quasi bidimensionali. Il punto più alto di questa tradizione viene raggiunto tra il XIV e il XV secolo con maestri come Teofane il Greco e, soprattutto, Andrej Rublëv. La sua celebre Trinità (ispirata all’ospitalità di Abramo) è un capolavoro di armonia, ritmo e spiritualità che incarna l’ideale russo di pace e unità interiore in un’epoca di invasioni e frammentazione politica. Tutto cambia radicalmente con lo zar Pietro il Grande. Deciso a modernizzare il Paese, Pietro “apre una finestra sull’Europa” e importa stili, tecniche (la pittura a olio, la prospettiva) e artisti occidentali. Nasce l’Accademia Imperiale delle Arti di San Pietroburgo. L’arte russa smette di essere esclusivamente religiosa e si apre ai generi europei: il ritratto di corte, i paesaggi e la pittura storica. In questo periodo, la storia russa viene celebrata glorificando i sovrani e le loro vittorie militari, adottando il linguaggio del Barocco e del Neoclassicismo. Nel 1863, un gruppo di quattordici studenti dell’Accademia si ribella alle rigide regole accademiche (che imponevano soggetti mitologici o storici classici) e fonda la Società delle Mostre d’Arte Itineranti, i cui membri sono noti come Peredvižniki (I Vagabondi o Ambulanti). Il loro obiettivo era portare l’arte al popolo e, soprattutto, raccontare la vera Russia: la povertà dei contadini, la vastità della natura e i drammi della storia nazionale. Dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri, l’arte russa ha utilizzato la tradizione non come un elemento nostalgico o puramente decorativo, ma come un linguaggio d’avanguardia e uno strumento per decifrare l’identità nazionale. Con l’avvento dell’Unione Sovietica negli anni ’30, lo Stato impose il Realismo Socialista come unico stile artistico ammesso. In questa fase, la raffigurazione della storia subì una drastica trasformazione. Non c’era più spazio per il misticismo o le fiabe; la storia doveva essere utile alla narrazione rivoluzionaria. I pittori di questo periodo si focalizzarono su due binari: L’esaltazione della Rivoluzione d’Ottobre, i ritratti monumentali di Lenin e Stalin, e l’eroismo della Seconda Guerra Mondiale (la “Grande Guerra Patriottica”). Il folklore riletto in chiave operaia. Le feste di paese e i balli tradizionali venivano dipinti non più come riti arcaici, ma come celebrazioni della felicità del collettivo e del successo dei piani quinquennali nei campi.

Mentre l’Occidente ha spesso guardato all’arte russa post-sovietica cercando solo la provocazione politica, gli artisti russi hanno sviluppato una sensibilità unica nell’unire l’avanguardia concettuale con la memoria collettiva. Tra questi, una delle figure più emblematiche e profonde è senza dubbio Grisha Bruskin. Per comprendere l’arte russa contemporanea, bisogna comprendere il concetto di Sots-Art (la Pop Art sovietica) e del Concettualismo moscovita degli anni ’70 e ’80. Artisti come Ilya Kabakov, Erik Bulatov e Grisha Bruskin non si sono limitati a contestare il regime; hanno iniziato a trattare l’ideologia sovietica, i suoi monumenti e i suoi slogan come “reperti archeologici” di una civiltà peculiare. Invece di cancellare il passato, questi artisti lo hanno collezionato, catalogato e ironicamente monumentalizzato.

Nato a Mosca nel 1945, Grisha Bruskin è diventato una figura di riferimento internazionale a partire dallo storico sdoganamento dell’arte non ufficiale russa, ovvero la celebre asta Sotheby’s a Mosca del 1988. Tale asta fu la prima vendita ufficiale di arte sovietica contemporanea in Unione Sovietica, che portò gli artisti non ufficiali fuori dalla censura e sotto i riflettori globali.

La ricerca artistica di Bruskin si muove su un doppio binario mitologico: il mito del comunismo e il mito dell’ebraismo. Bruskin affronta la storia non come cronaca, ma come un immenso dizionario visivo. Il suo capolavoro concettuale, il Fundamental Lexicon (Lessico Fondamentale), è una griglia di figure umane gessose, simili a statue o automi, ognuna delle quali regge un simbolo del potere o della vita quotidiana sovietica (un modello di aeroplano, un cartello, una bandiera). Trasformando i cittadini sovietici in statuine da collezione, Bruskin ne neutralizza il potere totalitario e li consegna alla storia come reperti di un ‘Atlantide scomparsa. Parallelamente alla decostruzione del mondo sovietico, Bruskin esplora le sue radici ebraiche attraverso serie monumentali come Alefbet (l’alfabeto ebraico). Qui, lo spazio si riempie di figure mistiche, angeli, rabbini e creature allegoriche, spesso accostati a frammenti di testo. In queste opere, la tradizione diventa uno strumento per esplorare l’inconscio culturale. Per Bruskin, sia il libro di preghiere che il manuale di propaganda sovietica funzionano allo stesso modo: sono codici che cercano di spiegare l’universo e di controllare l’uomo. L’artista si fa “archeologo”, scavando tra le macerie di questi sistemi per estrarne frammenti di verità. La rilevanza di Bruskin non si è esaurita con la fine del secolo scorso.

Nel corso degli anni, ha continuato a creare grandi installazioni multimediali (come Scene Change per il Padiglione Russo alla Biennale di Venezia del 2017). E proprio nel 2017 egli venne a Torino per l’evento Russia Poliedrica, organizzato dall’Associazione NOVAPANGEA, e presentò non solo le sue opere, ma anche, in anteprima mondiale, la sua installazione per la Biennale, dandoci la possibilità di raffigurarla sulla locandina.

 

Articolo di Alessandra Campia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Published On: Giugno 30, 2026Categories: arte, cultura2895 wordsViews: 152